Censimento dei rom? Non giochiamo con le parole

La schedatura dei rom non è un’idea nuova di Salvini. Nel 2008 ci provò l’allora ministro Maroni (sempre della Lega) con un’idea che fece il giro del mondo. Dando un’idea del nostro paese non proprio esemplare. All’epoca Eugenio Manca, firma del Salvagente e curatore della rubrica “Pit Stop” scrisse un pezzo che, seppur cambiando i nomi dei protagonisti, è il caso di rileggere ora. Il nostro collega, scomparso nel 2015, descrisse quello che stava accadendo con queste parole.

Schedati? Anzi protetti

Eugenio Manca, il Salvagente, 10 luglio 2008

Come avverrà l’identificazione dei piccoli rom? Dove, in qual modo, da chi verranno rilevate le impronte digitali? Da quando il ministro Maroni ha annunciato l’intenzione di procedere a questa sorta di “schedatura etnica” dei nomadi, non escludendo neppure i bambini (“censimento” è la definizione ufficiale, ma le parole non nascondono la sostanza), noi continuiamo a domandarci come sarà la scena.
Avverrà a scuola o nell’asilo? E sarà un drappello di uomini in uniforme (poliziotti, vigili urbani, carabinieri? Aiutati da un assistente sociale o da qualcuno della Croce Rossa?) che busserà alla porta e domanderà alla classe: ci sono zingari fra voi? Oppure tireranno fuori un biglietto e cominceranno a chiamare per nome? O magari chiederanno ai maestri, ai compagni, ai bidelli se c’è qualcuno che vive in un accampamento? O forse basterà guardare capelli, occhi, carnagione, movenze, abiti per riconoscerli?
IN FILA. E poi saranno portati fuori, separati dagli altri, messi in fila? Gli afferreranno le dita premendole sul tampone, o qualcuno pietosamente dirà che si tratta di un gioco, riservato solo a loro, cui gli altri non possono partecipare: lo faceva già Benigni col piccolo Giosue, ricordate? E quando torneranno a sedersi, mostreranno i polpastrelli sporchi d’inchiostro o terranno le mani in tasca? Come li guarderanno i loro coetanei, cosa diranno, cosa penseranno, specie quelli i cui genitori non gradiscono che lo scuolabus sia lo stesso, il banco sia lo stesso, il quartiere sia lo stesso? E a loro volta i piccoli zingari cosa penseranno, cosa diranno, come ricambieranno gli sguardi? E come potranno spiegarsi che mentre agli altri basta dire il proprio nome per essere creduti, loro devono farsi controllare, toccare, offrire una prova tattile di sé, della propria esistenza, della propria verità?
Non basta essere del tutto digiuni di psicologia o pedagogia, bisogna essere portatori di una coscienza civica deviata e in fondo di una moralità umana deforme per non comprendere quale devastazione un’opera del genere provoca nella testa di un bambino, di qualunque bambino, vittima o testimone che sia di una simile marchiatura.
Era da parecchio che queste scene non si vedevano più in Europa. Ci voleva la destra al governo, ci voleva la Lega al governo perché questo osceno teatro riproponesse una turpe replica. Come è stato possibile – gran Dio! – che nell’Italia democratica, l’Italia dell’antifascismo e della Resistenza, l’Italia che ha conosciuto le purghe e i pogrom ma anche i Perlasca e i don Pappagallo, un ministro che ha giurato fedeltà alla Costituzione abbia potuto concepire un simile disegno, sollevando sì un’ondata di raccapriccio, ma più nel paese che fra gli scranni del Parlamento?
sirene. Forse la segnatura non avverrà a scuola, che sarà già chiusa. Forse avverrà nel campo sosta, magari di notte o al mattino presto, quando arriveranno con le sirene, i lampeggianti, forse i cani, forse le armi in pugno. Batteranno colpi di manganello alle baracche. Butteranno giù dai pagliericci e aggrupperanno tutti, adulti e bambini, perché siano identificati i nuclei familiari uno a uno. Si andrà per le spicce. Ma non sarà mai come a Venezia dove sono assediati da settimane, o a Milano dove li avrebbero già sgomberati se sapessero dove confinarli, o a Ponticelli dove li hanno inseguiti lanciandogli addosso pietre e molotov. La schedatura è per tutelare tutti, in primo luogo i minori, si difende Maroni. Davvero? Sarà difficile convincere l’Europa, che ci guarda incredula; sarà difficile rassicurare l’opinione pubblica italiana, sgomenta di fronte alla contestualità di misure che mettono al riparo i potenti e colpevolizzano i più deboli; e sarà difficile farlo credere ai piccoli rom, che in altre impronte forse riconoscerebbero i segni dell’amicizia, della solidarietà, della volontà di promuovere l’integrazione.
Attenzione, nessuno contesta il diritto della società a difendersi, imporre la legalità, ottenere il rispetto delle leggi. Ma tutto questo non ha niente a che fare con le schedature di massa, con la persecuzione di stampo razzista, con il rifiuto etnico avallato dall’idea che si tratti di comunità fitte di delinquenti, ladri, rapitori di bambini. Potrà non piacerci il modo in cui vivono gli zingari, ma è il loro modo e non il nostro, e fin quando non infrangono la legge hanno gli stessi identici diritti di noi gagé. Metterli in condizione di non infrangere la legge, questo sì che sarebbe un obiettivo da raggiungere con ogni mezzo.
ITALIANI. La metà dei rom dei campi alla periferia delle nostre città sono italiani, figli di italiani, genitori di bimbi italiani, dunque non possono essere mandati altrove perché non esiste alcun altrove per loro. Ma, al di là degli aspetti giuridico-formali, che pure hanno un peso, chiediamoci quali sentimenti potranno mai crescere nella mente e nel cuore di un ragazzino rom: marchiato, fotografato, messo in una lista, costretto a crescere in uno sterrato fangoso e fetido, malvisto a scuola, scansato dalla gente “normale”, guardato con sospetto ovunque, alle prese con l’impresa doppiamente difficile di guadagnarsi una casa, un lavoro, una qualunque normalità. Meraviglia che in lui si alimenti la convinzione di essere un irregolare, un abusivo, un bandito, uno che non troverà mai posto fra i suoi simili?