Glifosato, la Ramazzini al governo: “L’Italia freni la Ue sull’autorizzazione”

Fiorella Belpoggi, direttrice dell’autorevole Centro di ricerca sul cancro “Cesare Maltoni” dell’Istituto Ramazzini di Bologna, nei giorni scorsi ha scritto a Maurizio Martina ministro delle Politiche agricole per illustrare i risultati del primo studio sugli effetti del glifosato che “consigliano” di frenare su una nuova autorizzazione in sede Ue dell’uso dell’erbicida per altri 10 anni come richiesto dalla Commissione: “Il nostro studio pilota – si legge nella lettera resa nota dall’Istituto – non chiarisce le incertezze relative alla cancerogenicità del Glifosato-RoundUp sollevate dalle diverse Agenzie (Iarc, Efsa, Echa), ma sicuramente mette in evidenza effetti sulla salute altrettanto gravi, che potrebbero manifestarsi anche con patologie oncologiche a lungo termine, con un impatto notevole in termini di salute pubblica in quanto colpiscono la fascia di età infantile e adolescenziale e, per la diffusione planetaria di questo erbicida, potrebbero affliggere un numero enorme di persone“.

Domani, giovedì 5 ottobre, comincia a Bruxelles la discussione degli Stati membri sulla proposta della Ue di concedere una nuova licenza d’uso per l’erbicida più diffuso al mondo – alla base del RoundUp di Monsanto – sul quale pesa il giudizio di “probabile cancerogenità” da parte della Iarc.

“Una nuova licenza per non più di 5 anni”

Da Bologna però giungono i primi dati dello studio indipendente in corso presso i laboratori di ricerca dell’Istituto Ramazzini. Ed è proprio sulla base di questi primi rilievi che la scienziata  bolognese chiede  al ministro Martina “di intervenire dall’alto del Suo ruolo per chiedere all’Europa di autorizzare l’uso del Glifosato per non più di 5 anni (come ha appena fatto la Francia). Fra 5 anni – spiega la Belpoggi – avremo nelle mani i risultati del nostro studio a lungo termine. Il nostro studio chiarirà la sussistenza dei possibili pericoli per la salute da noi individuati nel primo periodo della vita, chiarirà se le patologie precoci riscontrate siano correlabili a lungo termine a patologie gravi come il cancro e, dato l’accurato disegno sperimentale che perseguiamo, permetterà, anche in caso di risultati negativi, di sciogliere tutte le incertezze, le discussioni e le polemiche attorno a questo composto così importante per l’industria agricola”.

Effetti preoccupanti già a dosi ritenute sicure

Per avviare questo studio l’Istituto ha costruito un’autorevole rete di partner che comprende l’ Università di Bologna (Facoltà di Agraria, Veterinaria e Biostatistica), l’ Istituto Tumori di Genova, l’Istituto Superiore di Sanità, la  Mount Sinai School of Medicine, New York Usa – con Grant NIH/USA, la  George Washington University, Washington, DC, USA. “Una prima fase sperimentale – prosegue Belpoggi –  è stata svolta presso il nostro Istituto nel 2016. Tale studio ha appena fornito i primi risultati, non ancora completi per tutti i parametri, ma assolutamente degni di attenzione. Lo studio “pilota”, propedeutico allo studio a lungo termine, è finalizzato ad ottenere informazioni generali relative alla possibile tossicità del Glifosato e del formulato RoundUp in diversi periodi della vita (neonatale, infanzia e adolescenza), e soprattutto ad identificare possibili biomarkers espositivi. Glifosato e RoundUp sono stati testati entrambi ad una sola dose, corrispondente alla dose giornaliera ammissibile di Glifosato attualmente consentita negli Stati Uniti (Acceptable Daily Intake- ADI USA) pari a 1,75 mg/Kg/bw”.

Esposizione critica da zero a 18 anni

Alla luce dei risultati ottenuti, prosegue la nota “possiamo anticipare che il Glifosato ed il RoundUp, anche a dosi ritenute sicure (ADI USA) e per un periodo espositivo relativamente breve (corrispondente all’incirca ad uno studio di tossicità a 90 giorni, cioè, in termini di età equivalente nell’uomo, dalla vita embrionale ai 18 anni di età), sono in grado di alterare alcuni parametri biologici di rilievo che riguardano soprattutto marker correlati allo sviluppo sessuale, alla genotossicità e all’alterazione della flora batterica intestinale”.