Altra Italia: Sartoria sociale, a Palermo una vera start up per chi è in cerca di riscatto

Siamo tutti ex di qualcosa. E’ questo il motto della Sartoria sociale nata a Palermo come progetto ‘forte’ della cooperativa Al Revès, al contrario, come si dice in spagnolo.
Al contrario, perché le cose, ad un certo punto, per tutti possono prendere una direzione nuova, inaspettata e magari migliore, senza ricevere assistenza, ma facendo impresa e facendo capire a se stessi e agli altri che si è in grado di fare qualcosa che lasci un segno.

Per questi motivi nel luglio del 2012 è nata la società cooperativa sociale Al Revès, dalle forze di un gruppo di operatori sociali interessati al bene comune, convinti dell’importanza di costruire percorsi in grado di dare sbocchi lavorativi a persone svantaggiate e immigrati, non attraverso semplici laboratori ma dando vita ad una vera e propria start up di impresa nel campo sartoriale e del riciclo tessile.

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“Un settore difficile, per più ragioni”, commenta Rosalba Romano, socia fondatrice, assistente sociale presso il dipartimento di Giustizia minorile con un incarico all’Università di Palermo. Ma all’interno del quale si può trovare una clientela interessata e disposta a comprare i prodotti (nel caso dei privati) o i servizi (nel caso delle aziende) se ben fatti e anche, perché no, originali.

 

RIQUALIFICAZIONE PROFESSIONALE PER CHI È SVANTAGGIATO

“In Italia arrivano tanti stranieri con delle capacità sartoriali apprese spesso anche grazie al lavoro svolto dalle missioni – fa sapere Romano – che però non hanno, spesso, il livello di professionalità richiesto dai nostri standard e dal nostro contesto”. Per questo è importante riqualificare queste persone sia “educandole al lavoro, che da noi è comunque vissuto in modo molto diverso rispetto ad altri paesi, che alla professione”.

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Lo stesso percorso – sempre individualizzato a seconda dei casi – nelle sue linee generali viene condotto anche per persone svantaggiate non straniere che non riescono a trovare lavoro, talvolta non perché non ci sia ma perché non sono in grado cercarlo o di trovarlo, in qualche modo. E allora ecco tornare il significato profondo del motto, “Siamo tutti ex di qualcosa”: “Così come il lavoro artigianale implica una trasformazione, allo stesso modo anche ognuno di noi può trasformare un po’ se stesso e diventare ex di qualcosa, appunto..”, spiega ancora la socia fondatrice di Al Revès.

E così, come dagli gli scarti si creano nuovi manufatti, anche certe vite considerate allo stesso modo ‘scarti’ possano assumere nuove forme. Importante, dunque, che gli ‘esperti’ chiamati a fare formazione siano altrettanto disposti a condividere questo percorso esistenziale, insieme ai volontari e agli utenti, che non sempre sono persone svantaggiate, ma sono anche semplici cittadini desiderosi di seguire un corso di cucito, ad esempio, perché un altro obiettivo importante per la cooperativa è quello di far nascere una comunità educante e di prossimità.

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PROGETTO SIGILLO PER LE DONNE DETENUTE

Sartoria sociale e Al Revès, infatti, oltre a supportare persone svantaggiate e costruire professionalità, fa riparazioni, realizza vestiti ex novo, fa packaging, gadget e si sta specializzando anche nella tappezzeria artistica, sia per privati che per aziende: “Abbiamo alcuni stilisti con piccole imprese che ci chiedono di realizzare i capi per una nuova collezione e anche aziende che si rivolgono a noi per il packaging; abbiamo fatto, ad esempio, i grembiuli per un’azienda che produce vini”, racconta Rosalba Romano.

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Il catalogo, disponibile sul sito www.sartoriasociale.com, è ricchissimo e spazia dalle borse shopper alle cartelle portadocumenti agli oggetti per la casa, sempre estremamente originali e creativi. Tra i prodotti che vengono realizzati si trovano anche quelli che partecipano al Progetto Sigillo, avviato dal dipartimento per l’Amministrazione penitenziaria per mettere in rete 14 istituti in cui donne lavorano nel campo tessile insieme ad altre cooperative sociali di settore e di fatto si tratta della prima agenzia nazionale che coordina l’imprenditorialità delle donne detenute. Nel catalogo è presente anche una linea disegnata da Rossella Calvi – Wear the difference – che intende promuovere un abbigliamento etico che lancia un messaggio ben preciso.

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La Sartoria sociale recentemente ha vinto un bando per l’assegnazione di spazi confiscati alla mafia e sta traslocando e allestendo la nuova ‘casa’ affinché sia ancora più accogliente e sempre più in sintonia con le linee guide che l’hanno fondata. Intanto, sempre in Sicilia, una propaggine della Sartoria sociale è arrivata a Catania, con il progetto Fieri, che coinvolge, in questo caso solo immigrati, in lavori sartoriali a partire dal riciclo.
La ripartenza prosegue.