Radioattività: dove nasce il pericolo dei buchi delle frontiere italiane

http://www.shipbreakingplatform.org/photo-gallery-shipbreaking-yards-of-chittagong-bangladesh-2014-platform/ This series of pictures was taken in 2014 in the shipbreaking yards of Chittagong, Bangladesh, by Patrizia Heidegger, Executive Director of the NGO Shipbreaking Platform.

Perché il mancato controllo delle merci radioattive come quello scoperto dal Test-Salvagente potrebbe essere un problema per il nostro paese? Semplice, perché le merci che arrivano sugli scaffali dei nostri negozi possono avere alle spalle un ciclo di vita infinito. I tasselli di questa storia non sempre sono chiari. Tutt’altro.

È un puzzle con pezzi anomali fatti di carcasse alte come palazzi: sono i rottami navali contaminati da radioattività. Smembrati e rifusi possono rientrare nel grande gioco dell’oca del mercato. Sotto forma di nuove merci. Le più comuni.

Cimiteri a cielo aperto

Secondo la Commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti della XIII legislatura sarebbero una quarantina le navi cariche di rifiuti radioattivi (come plutonio), affondate nei mari nostrani. Mentre resta un’incognita quella delle navi radioattive spiaggiate nel Sud Est asiatico o sulle coste africane.
Questi scheletri navali rappresentano una risorsa: in fondo sono solo materie prime e le materie prime sono strategiche per i paesi in via di sviluppo. In particolare i metalli, dall’acciaio alle leghe ferrose, essenziali perché alla base della produzione di una grande varietà di merci. Chi dispone delle materie prime può produrre a basso costo. La corsa all’accaparramento crea una vera e propria guerra al ribasso così le spiagge del Sud Est asiatico diventano il teatro di uno scontro di civiltà.
Esistono scenari apocalittici sulle coste asiatiche, africane e indiane. Veri e propri cimiteri a cielo aperto, dove si spiaggiano navi alte. È qui che il ciclo di vita di un metallo finisce, e da qui rinasce, come una fenice, per ripartire sotto forma di un nuovo prodotto verso i paesi importatori, tra cui l’Italia.

Riciclaggio “made in Ue”

Per fare una foto del fenomeno andiamo a cercare delle risposte a Bruxelles. Le uniche che riusciamo a trovare ce le da la Shipbreaking Platform, una ong ambientalista con sede nella capitale belga e si occupa da anni del riciclaggio di navi contaminate. Nel suo ultimo dossier ha pubblicato la lista delle compagnie navali che hanno mandato allo smantellamento le loro navi in tutte le parti del mondo nel 2013. Tra le 1.213 navi commerciali, 645 sono state vendute a cantieri che svolgono le loro attività direttamente sulle spiagge in India, Bangladesh e Pakistan. Circa il 40% di queste navi sono di proprietà europea. Il nuovo regolamento Ue sul riciclaggio delle navi (pubblicato nella gazzetta ufficiale il 30 dicembre 2013) purtroppo permette alle navi di proprietà europea, registrate sotto una bandiera di comodo, di sfuggire alla normativa.
“Molte di queste navi contengono materiali tossici. Il sud Asia è diventato la meta preferita per disfarsi delle vecchie navi dato che gli standard ambientali e di sicurezza sul lavoro, meno rigorosi che in Europa, non sono neanche sempre applicati”. A sostenerlo è Patrizia Heidegger, direttore della ong belga. Gli armatori vendono le navi a cantieri che operano sulle spiagge, ottenendo un reddito notevolmente più alto rispetto al prezzo offerto per un riciclaggio sicuro e pulito. “La maggior parte degli armatori continuano a preferire pratiche terribili e quelli europei sono tra i peggiori.”

“Cambio di bandiera”

Gli armatori europei hanno venduto un totale di 372 navi commerciali destinate alla rottamazione. Poco meno di due terzi di queste sono finite sulle spiagge in sud Asia. La Grecia continua ad essere al primo posto per il dumping delle navi tossiche, seguita dalla Germania. Le compagnie greche e tedesche hanno mandato più dell’80% delle loro navi alla rottamazione sulle spiagge di India, Bangladesh e Pakistan. Tutto questo crea un riciclo di materiali che potenzialmente posso rientrare nel circuito delle materie prime, riassemblati per produrre
nuove merci, contaminate da scorie tossiche e fuori controllo. “Il cambio di bandiera è sempre stato un modo conveniente per gli armatori che vogliono aggirare le regole. Abbiamo chiesto alla UE di introdurre un incentivo economico per promuovere il riciclaggio pulito e sicuro, perché un regolamento che si basa soltanto sulla volontà di registrarsi con una bandiera europea conclude Patrizia Heidegger non avrà nessun impatto”.

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