Test sugli integratori di Omega 3 all’olio di pesce: cosa c’è davvero nelle capsule

INTEGRATORI DI OMEGA 3 ossido nitrico

Un test negli Stati Uniti su 20 integratori di Omega 3 trova alcune capsule con olio di pesce irrancidito, altre con meno principio attivo del dichiarato. Benefici limitati per la salute e qualità non sempre all’altezza delle promesse di mercato

La buona notizia è che gran parte degli integratori è sicuro e di qualità. La cattiva è che non è infrequente comprare prodotti che si dichiarano alleati del cuore grazie alla presenza di Omega 3 e trovarsi capsule irrancidite, con tracce di diossina e piombo e perfino con meno principio attivo del tollerabile.

È il quadro che emerge dall’ultima indagine di Consumer Reports sugli integratori di olio di pesce, tra i più diffusi al mondo.

Diffusissimi ma poco efficaci

Secondo un sondaggio nazionale citato dalla rivista americana, circa un adulto su cinque negli Usa ha assunto olio di pesce nell’ultimo anno. Il motivo è noto: gli omega-3, presenti naturalmente nel pesce grasso come il salmone, sono associati a benefici cardiovascolari.

Ma le evidenze scientifiche raccontano una storia diversa. I grandi studi clinici, che hanno confrontato migliaia di persone trattate con integratori o placebo, indicano che per la maggior parte della popolazione queste capsule non riducono in modo significativo il rischio di infarto e ictus. I benefici sembrano limitati a categorie specifiche di pazienti.

Il test su 20 integratori di Omega 3

Per capire cosa contengono davvero queste capsule, Consumer Reports ha analizzato 20 prodotti tra i più popolari, venduti da marchi come CVS, GNC, Nordic Naturals e The Vitamin Shoppe, spesso presenti negli shop di Amazon.

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I test hanno verificato:

  • la presenza di contaminanti (diossine, PCB, metalli pesanti);
  • la qualità dell’olio (ossidazione e irrancidimento);
  • la corrispondenza tra contenuto reale e dichiarazioni in etichetta (EPA e DHA).

Il risultato è in chiaroscuro: 16 prodotti su 20 rispettano tutti gli standard di sicurezza e qualità, ma non mancano criticità.

Capsule irrancidite e qualità variabile

Uno dei problemi principali riguarda l’irrancidimento. Tre integratori presentavano livelli di ossidazione superiori ai limiti fissati dall’industria di riferimento. Si tratta di un segnale di scarsa qualità: gli acidi grassi omega-3 sono particolarmente instabili e possono degradarsi facilmente a contatto con l’ossigeno.

L’olio irrancidito non solo ha un sapore sgradevole – spesso percepito attraverso il tipico “ritorno” dopo l’assunzione – ma può anche causare disturbi digestivi.

In diversi casi, la presenza di aromi (come il limone) ha reso difficile stabilire con certezza lo stato di ossidazione, un limite tecnico dei metodi di analisi attuali.

Etichette non sempre affidabili

Altro nodo riguarda la quantità di omega-3 realmente presente nelle capsule. Per essere considerati accettabili, i prodotti devono contenere almeno il 90% di quanto dichiarato in etichetta.

Uno degli integratori analizzati non ha rispettato questo standard, fermandosi all’83% per l’EPA e all’85% per il totale degli omega-3. Un dato che solleva interrogativi sulla trasparenza del mercato.

Livelli bassi ma diffusi di contaminanti

Sul fronte della sicurezza chimica, i risultati sono più rassicuranti. Nessun prodotto ha superato i limiti per sostanze pericolose come PCB, diossine e metalli pesanti.

Tuttavia, le analisi hanno rilevato tracce diffuse:

  • quasi la metà degli integratori conteneva piccole quantità di piombo;
  • tutti presentavano residui di diossine e PCB.

Livelli inferiori alle soglie di rischio, ma che confermano come l’inquinamento ambientale arrivi fino alla filiera degli integratori.