Carta da forno e Pfas, il ciclo perverso: da noi all’ambiente (e ritorno)

carta da forno

Nel numero di marzo il Salvagente ha portato 16 marche di carta da forno, trovando Pfas in quasi tutte. Per capire come queste sostanze entrano nell’organismo, perché si accumulano e quali rischi reali comporta l’esposizione, abbiamo intervistato Andrea Di Nisio, tra i massimi esperti italiani di Pfas 

 

Nel numero di marzo il Salvagente ha portato 16 marche di carta da forno, trovando Pfas in quasi tutte. Per capire come le sostanze perfluoroalchiliche entrano nell’organismo, perché si accumulano e quali rischi reali comporta l’esposizione, abbiamo intervistato Andrea Di Nisio, professore dell’Università Unipegaso e collaboratore di Carlo Foresta, tra i massimi esperti internazionali di Pfas e dei loro effetti sul sistema endocrino e riproduttivo.

Professor Di Nisio, la presenza di Pfas nella carta da forno vi ha sorpreso?
No, non più di tanto. I Pfas conferiscono idrorepellenza e oleorepellenza, caratteristiche tipiche della carta da forno. È quindi plausibile che queste sostanze siano utilizzate proprio per ottenere quelle proprietà.

Questo significa automaticamente un rischio per la salute?
Non in modo diretto. Il problema non è tanto la presenza dei Pfas nel materiale in sé, quanto capire se e quanto migrano negli alimenti, soprattutto alle alte temperature. Questo è un aspetto che richiederebbe studi specifici, condotti con test a caldo e su diverse condizioni di utilizzo.

Anche senza migrazione diretta nel cibo, come entrano i Pfas nel nostro organismo?
Principalmente attraverso l’ambiente. I Pfas sono sostanze estremamente persistenti: se non vengono intercettate da filtri specifici, finiscono soprattutto nei corpi idrici, che sono la loro principale via di diffusione.

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In che modo?
Se c’è stato uno smaltimento scorretto di rifiuti, questi col tempo si decompongono, rilasciano i loro costituenti più immortali, che sono fondamentalmente Pfas, i quali non si degradano a temperature elevate. Poi queste sostanze rientrano nella catena alimentare, perché ovviamente le assorbono le piante, gli organismi, e così via. Poi, soprattutto attraverso l’alimentazione è più facile che rientrino anche nel nostro organismo. Arrivano all’uomo soprattutto per ingestione, molto meno per inalazione o contatto cutaneo.

Una volta ingeriti, cosa succede ai Pfas nel corpo umano?
Vengono in parte eliminati, ma la maggioranza resta nell’organismo. Sono riassorbiti a livello intestinale come noi assorbiamo diversi nutrienti prima di eliminare il resto con le feci o attraverso le urine È molto noto il meccanismo di riassorbimento: i Pfas hanno affinità con specifici trasportatori (gli Oat), che normalmente servono a recuperare nutrienti o ormoni. In questo modo finiscono nel sangue. Ma differiscono da tanti altri interferenti endocrini che sono altamente lipofilici, cioè si sciolgono nei grassi, e vanno nel tessuto adiposo o nel fegato. I Pfas proprio perché sono sostanze idrofobiche e lipofobiche, resistenti sia all’acqua che alle sostanze grasse, vanno un po’ in tutti i tessuti.

Una volta entrati nell’organismo umano, per la maggior parte vengono espulsi tramite le feci, l’urina, il sudore o rimangono nel corpo?
No, no, la maggior parte rimane nel corpo, e restano in circolo. Con le feci ne eliminiamo in realtà pochissimi, con l’urina quasi niente.

Vengono eliminati con il tempo?
Molto lentamente. Anche interrompendo completamente l’esposizione, servono in media 3-4 anni (o più, a seconda della molecola) per dimezzare la concentrazione nel sangue.

C’è differenza tra Pfas a catena corta e lunga?
Sull’emivita sì: quelli a catena corta tendono ad avere tempi di permanenza leggermente più brevi. Ma non esistono regole chiare su una loro maggiore affinità per specifici organi.

Spesso in ambiente si trova molto Tfa.
Il Tfa (acido trifluoroacetico) è il prodotto finale di degradazione di molti Pfas. In ambiente, nel corso di decenni, queste sostanze convergono verso molecole più piccole e stabili come il Tfa, anche a causa di radiazioni Uv e processi chimico-fisici. È quindi soprattutto un fenomeno ambientale, non legato solo agli usi industriali diretti.

Questo ciclo tra ambiente e organismo può continuare all’infinito?
In parte sì. I Pfas eliminati dall’organismo finiscono nelle acque reflue e i trattamenti standard non sono in grado di distruggerli. È probabile quindi che arrivino al mare e continuino a circolare nell’ambiente.

I livelli che abbiamo trovato sono sotto i limiti di legge. Dobbiamo comunque preoccuparci?
Sì. Il punto non è il singolo prodotto, ma l’esposizione cumulativa. Anche se ogni oggetto rispetta i limiti, l’esposizione quotidiana a Pfas provenienti da imballaggi, utensili, tessili, acqua e alimenti può portare a un superamento complessivo delle soglie di sicurezza.

In conclusione, la carta da forno è sicura?
Non possiamo dirlo con certezza senza studi sulla migrazione a caldo.