
Un’inchiesta internazionale svela come il riciclo chimico della plastica sia ormai una vera e propria strategia delle grandi aziende petrolifere, ingannando il consumatore con claim ecologici e inquinando al pari (se non di più) della plastica vergine
Sono sempre più numerosi i prodotti che troviamo nei nostri supermercati – dal gelato al caffè, dalla pasta alle creme per il corpo – e che vantano una confezione “in plastica riciclata” e a basse emissioni di CO₂. Ma dietro queste etichette ecologiche si nasconde un sistema industriale dominato dalle grandi compagnie petrolifere, che continua a puntare sulle materie prime fossili. È quanto emerge da un’inchiesta internazionale pubblicata su testate come The Guardian, Mediapart e Público, coordinata dalla giornalista italiana Ludovica Jona che ha firmato il servizio per Altraeconomia.
Il riciclo chimico, e in particolare il processo di pirolisi, è al centro della strategia delle grandi aziende petrolifere – da Saudi Aramco a TotalEnergies fino all’italiana Eni. La pirolisi trasforma i rifiuti plastici in “olio di pirolisi”, che viene poi miscelato con grandi quantità di nafta fossile per produrre nuova plastica. Peccato che l’olio di pirolisi costituisca solo una piccola frazione del totale (5-20%) e che il processo sia energivoro e potenzialmente più inquinante della plastica vergine.
Nonostante ciò, prodotti ottenuti in questo modo vengono spesso etichettati come “100% riciclati”, grazie al cosiddetto metodo del bilancio di massa: un sistema contabile che permette di dichiarare riciclata una parte del prodotto anche quando contiene prevalentemente plastica fossile. Secondo diverse Ong, questo sistema gonfia artificialmente le percentuali di riciclo, fuorvia i consumatori e favorisce le grandi multinazionali petrolifere rispetto ai riciclatori meccanici.
Lobbying e finanziamenti pubblici: soldi a progetti non attivi
L’inchiesta documenta anche un’intensa attività di lobbying a Bruxelles da parte di Shell, ExxonMobil, TotalEnergies, BASF e Sabic, insieme alle associazioni di categoria Plastics Europe e Cefic. Negli ultimi anni l’Unione europea ha aperto al bilancio di massa, incluso il riciclaggio chimico negli obiettivi di riciclo e destinato oltre 760 milioni di euro di fondi pubblici a progetti di pirolisi. Gran parte dei finanziamenti è finita a impianti collegati direttamente alle grandi compagnie petrolifere. Il problema è che molti di questi impianti non sono operativi o producono quantità minime. Su 78 progetti mappati nell’Ue, solo 18 risultano attivi (di cui 4 pilota) e solo 6 comunicano i dati sui rifiuti trattati. In pratica, il riciclo chimico rischia di diventare uno strumento per legittimare l’aumento della produzione di plastica vergine, anziché ridurla.
Riciclo chimico contro riciclo meccanico
Attualmente, in Europa, il riciclo meccanico tratta circa il 13,2% dei rifiuti plastici, mentre il chimico è fermo a quota 0,1%. Studi dell’Öko-Institut tedesco stimano che puntare su riuso e riciclo meccanico potrebbe ridurre le emissioni fino al 45% in più rispetto al riciclo chimico. Molti impianti di pirolisi annunciati negli ultimi anni sono stati cancellati o ridimensionati per costi elevati e problemi tecnici. Le Ong avvertono che il riciclo chimico, se promosso come soluzione “verde”, rischia di nascondere la realtà: una plastica che rimane per lo più fossile, con un impatto ambientale tutt’altro che trascurabile.








