
Usare lo stesso asciugamano troppe volte favorisce batteri, muffe e cattivi odori. Cerchiamo di capire con quale frequenza gli esperti consigliano di lavarlo. E perché sconsigliano di farlo aggiungendo ammorbidente
C’è una cattiva notizia, e riguarda il gesto più innocente e quotidiano che facciamo appena usciti dalla doccia: asciugarci. Perché – spiegano gli esperti consultati da Consumer Reports – lo sporco che ci laviamo via sotto l’acqua calda rischia di essere subito “rimpiazzato” da batteri e funghi che trovano casa proprio lì, nel nostro asciugamano. Quello che usiamo e riusiamo con fiducia, giorno dopo giorno, spesso convinti che “tanto sono pulito, l’ho appena fatto”.
E invece no: la vera domanda non è se l’asciugamano sia pulito quando lo usiamo la prima volta, ma quante volte può reggere prima di diventare un incubatore di germi.
Perché non basta “farlo asciugare”
Secondo Larry Ciufo, esperto di test su queste tematiche del mensile statunitense dei consumatori Consumer Reports, c’è una convinzione molto diffusa che andrebbe archiviata: l’idea che basti appendere l’asciugamano perché torni “a posto”.
Il motivo è semplice: se lo usiamo spesso, l’asciugamano non si asciuga mai davvero del tutto, resta umido e diventa un ambiente ideale per muffe e funghi.
Il punto è che l’umidità (soprattutto in un bagno poco ventilato) è un invito a nozze per i microrganismi. E più l’asciugamano è spesso e soffice, più trattiene acqua. E con l’acqua… tutto il resto.
La regola d’oro: lavarlo ogni tre-cinque utilizzi
Qui arrivano le indicazioni pratiche. L’American Cleaning Institute raccomanda di lavare l’asciugamano da bagno ogni tre-cinque utilizzi, ricordandosi sempre di appenderlo e farlo asciugare bene tra un uso e l’altro.
Una frequenza confermata anche da Charles P. Gerba, virologo dell’Università dell’Arizona che da anni studia la contaminazione negli asciugamani, e dallo stesso Ciufo: aspettare troppo significa aumentare la “carica” microbica accumulata sulle fibre.
Dentro l’asciugamano finisce anche quello che non vediamo
Non serve immaginare scene da film horror: basta la quotidianità. Secondo Gerba, i batteri si accumulano e proliferano per un motivo molto concreto: sugli asciugamani rimangono residui organici, come cellule della pelle e sostanze presenti nei saponi (soprattutto quelli biodegradabili). E più si allunga il tempo tra un lavaggio e l’altro, più questi microrganismi aumentano.
Le sue ricerche sugli asciugamani per le mani – spesso condivisi in famiglia – hanno trovato la presenza di agenti anche seri: E. coli (indicatore di contaminazione fecale), MRSA (stafilococco resistente agli antibiotici), virus dell’epatite B e perfino papillomavirus.
E c’è un dettaglio inquietante: Gerba racconta di aver trovato tracce di batteri fecali persino su asciugamani nuovi appena acquistati, prodotti all’estero. Senza contare che nelle fibre possono rimanere residui chimici della lavorazione, potenzialmente irritanti per le persone più sensibili.
Conclusione inevitabile: gli asciugamani nuovi vanno lavati prima di usarli, esattamente come facciamo (o dovremmo fare) con i vestiti.
Spessi e morbidi i più difficili da “bonificare”
Gli asciugamani “da hotel”, quelli maxi, soffici, super assorbenti, sono anche quelli più problematici. Perché sì, asciugano meglio. Ma trattengono più umidità e fanno più fatica ad asciugarsi, quindi diventano più ospitali per i batteri.
Gerba avverte che persino con lavaggi regolari in acqua calda, certe specie possono restare. Nei suoi studi ha trovato spesso gli enterobatteri, un gruppo che (secondo i Centers for Disease Control and Prevention) può essere associato a infezioni urinarie, polmonite e, nei casi più gravi, meningite.
L’odore di muffa non è solo “puzza”
L’asciugamano umido buttato a terra, appallottolato nel cesto, o lasciato in lavatrice dopo il ciclo… è la situazione perfetta per quel classico odore “di cantina” che molti provano a mascherare con ammorbidenti o profumatori.
Ma l’odore non è un semplice fastidio: è un campanello d’allarme. Eric Boring, ricercatore di Consumer Reports con un dottorato in chimica, spiega che muffe, funghi, batteri e virus possono contribuire ai cattivi odori e in alcuni casi possono avere conseguenze anche sulla salute.
E attenzione a chi ha la pelle fragile: chi soffre di acne, dermatiti o eczema dovrebbe cambiare asciugamani più spesso, perché la barriera cutanea è già compromessa e le infezioni possono attecchire più facilmente.
Occhio agli asciugamani per le mani
Se quelli da doccia sono un problema, gli asciugamani per le mani sono spesso peggio. Perché vengono usati da più persone, quindi raccolgono più microrganismi. E non solo dai familiari: anche dagli ospiti.
“Gli ospiti possono introdurre nuovi tipi di batteri e virus sull’asciugamano, che poi possono diffondersi ai familiari”, avverte Gerba. La sua raccomandazione è semplice: asciugamani puliti per gli ospiti, da lavare subito dopo, oppure asciugamani monouso.
Per quelli da mani, la regola consigliata è cambiarli ogni tre-quattro giorni, e lavarsi le mani più a lungo (l’altra grande abitudine che spesso facciamo “di fretta”).
Acqua calda e (se serve) igienizzante
I detersivi moderni lavano anche a freddo, ed è vero. Ma c’è una differenza tra “pulito” e “pulito davvero”. Per togliere odori, sporco e ridurre la carica batterica, sia Ciufo che Gerba consigliano di lavare gli asciugamani in acqua calda, soprattutto quelli bianchi.
Qui arriva un altro mito da sfatare. L’ammorbidente non rende l’asciugamano “più pulito”: spesso lascia residui, può irritare la pelle e soprattutto riduce l’assorbenza, trasformando l’asciugamano in una specie di tessuto impermeabilizzato.
Ultima regola, spesso trascurata: dopo il lavaggio, gli asciugamani vanno asciugati immediatamente. Lasciarli nella lavatrice chiusa significa quasi garantire quel cattivo odore di umido che poi non se ne va più.






