Benzene negli shampoo secchi, il giudice blocca l’accordo da 3,6 milioni con Unilever

BENZENE UNILEVER SHAMPOO SECCHI

Un giudice del Connecticut ha respinto l’approvazione preliminare dell’accordo da 3,6 milioni di dollari tra Unilever e i consumatori per il caso benzene negli shampoo secchi venduti negli Stati Uniti

Un giudice federale del Connecticut ha bloccato l’approvazione preliminare di un accordo transattivo da 3,6 milioni di dollari con Unilever, destinato a chiudere una class action legata alle accuse di presenza di benzene in alcuni shampoo secchi spray venduti negli Stati Uniti. Secondo il tribunale, la definizione della classe dei consumatori interessati è troppo estesa e il periodo temporale coperto dall’intesa risale troppo indietro rispetto alle prove disponibili.

La decisione è stata presa dal giudice distrettuale Michael P. Shea, che ha respinto la richiesta “senza pregiudizio”: un passaggio tecnico che non chiude la porta alla transazione, ma obbliga i legali dei ricorrenti a correggere i punti contestati e ripresentare una proposta più aderente agli elementi emersi nel procedimento.

Il nodo: chi rientra nella class action (e da quando)

Nel provvedimento, il giudice ha evidenziato due criticità principali. La prima riguarda la data di inizio: l’accordo prevedeva di includere gli acquisti dal 1° gennaio 2014 al 31 dicembre 2022. Ma, secondo il magistrato, la prima data per cui esistono prove nel fascicolo di una contaminazione da benzene risale solo a gennaio 2018. Di conseguenza, estendere la classe fino al 2014 è stato ritenuto ingiustificato.

La seconda criticità è ancora più sostanziale: la definizione dei “prodotti coperti” dall’accordo. La proposta, infatti, includeva genericamente qualsiasi shampoo secco venduto con alcuni marchi Unilever (tra cui Suave, TIGI, TRESemmé, Dove e Nexxus), anche se non tutti sono risultati contaminati in base ai test indipendenti richiamati nella causa.

“Contaminazione sistemica”: l’argomento respinto

I ricorrenti avevano provato a superare questo ostacolo sostenendo che la presenza di benzene non fosse un episodio circoscritto, ma l’effetto di una contaminazione “sistemica” negli impianti Unilever. In questa ricostruzione, l’intero universo degli shampoo secchi venduti in quel periodo avrebbe potuto essere potenzialmente interessato.

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Il giudice, però, ha respinto l’argomento, definendolo una forzatura e sottolineando di non poter costruire lo standing — cioè la legittimazione ad agire in giudizio — su inferenze troppo “elastiche” e non sostenute dai fatti.

Alla luce di questa analisi, Shea ha anche stabilito che, tra i ricorrenti indicati come rappresentanti della classe, soltanto una persona (Billie Barnette) risulta avere effettivamente lo standing necessario.

La vicenda: dalla denuncia al richiamo volontario

La class action è stata avviata nel settembre 2022. Al centro della causa, le accuse secondo cui alcuni shampoo secchi spray a marchio Unilever — tra cui Dove, Nexxus, Suave, TIGI, TRESemmé e Living Proof — contenevano livelli elevati (anche se in tracce) di benzene.

Il benzene è una sostanza classificata come cancerogena: diversi studi indicano che l’esposizione aumenta il rischio di sviluppare tumori. Proprio questo aspetto, nella ricostruzione dei ricorrenti, avrebbe trasformato un semplice difetto di prodotto in un rischio sanitario.

Un mese dopo l’avvio della causa, nell’ottobre 2022, Unilever ha annunciato un richiamo volontario di diversi shampoo secchi, motivandolo con la possibile presenza di “livelli potenzialmente elevati di benzene”. Secondo l’accusa, però, quel richiamo non sarebbe stato sufficiente: avrebbe riguardato solo alcuni lotti e non avrebbe compensato adeguatamente i consumatori, soprattutto in relazione ai rischi per la salute.

La catena dei fornitori e le chiamate in causa

Il procedimento si è poi ampliato. Nel dicembre 2023 sono stati aggiunti come convenuti anche due fornitori, Aeropres Corp. e Voyant Beauty LLC. A loro volta, queste società hanno chiamato in causa altre aziende — Diversified CPC International Inc., BP Energy Co. e Aux Sable Liquid Products LP — sostenendo che, se benzene ci fosse stato nei prodotti, la responsabilità sarebbe riconducibile ai soggetti a monte della filiera.

Un elemento che rende la vicenda particolarmente complessa: la presenza del contaminante potrebbe dipendere non dal prodotto finito, ma da componenti e propellenti utilizzati per gli aerosol.

Che cosa succede ora

Con l’ordinanza di martedì, l’accordo non è saltato definitivamente, ma è stato rimandato indietro. Il giudice ha chiarito che Barnette potrebbe anche rappresentare una classe più ristretta, definita in modo da rispettare i requisiti giuridici richiesti. Ma ha anche precisato che non spetta al tribunale riscrivere la classe: sarà compito dei legali dei ricorrenti formulare una nuova proposta.

Nel frattempo, la vicenda resta aperta. E, soprattutto, mostra quanto possa essere difficile, nei casi legati a contaminanti chimici individuati da test indipendenti, costruire una class action che includa un numero ampio di consumatori senza scontrarsi con i limiti imposti dallo standing e dalla necessità di collegare in modo diretto l’acquisto al prodotto effettivamente contaminato.