Difterite dei bambini: cos’è e chi (e dove) corre il rischio di questa infezione

DIFTERITE

Molti paesi in via di sviluppo sono ancora vittime di questa malattia potenzialmente mortale. Ecco come riconoscere i sintomi nei bambini e come proteggersi prima di organizzare un viaggio.

 

La difterite è un’infezione molto contagiosa oggi diffusa principalmente nei paesi della fascia climatica tropicale. Grazie alle campagne vaccinali, in quelli più sviluppati la difterite dei bambini incide meno che negli adulti, mentre nelle zone in via di sviluppo quella infantile è ancora potenzialmente mortale. È dunque utile coglierne i sintomi.

In Italia i casi devono essere obbligatoriamente segnalati dal medico alle autorità competenti, per legge entro le 12 ore dall’accertamento, poiché si tratta di una malattia infettiva.

 

Che cos’è la difterite dei bambini

Si tratta di una patologia infettiva provocata dal batterio Corynebacterium diphtheriae. Laura Cursi e Francesca Ippolita Calò Carducci dell’Unità Operativa di Malattie Infettive e Immunoinfettivologia Ospedale Bambino Gesù ricordano che questo germe aderisce in una prima fase alla mucosa della gola, creando una infiammazione locale.

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Successivamente, una volta penetrato all’interno delle cellule, il batterio rilascia una tossina, la cosiddetta tossina difterica, che causa danni a distanza in diversi organi e tessuti, soprattutto cuore, rene e sistema nervoso.

La malattia si trasmette per contatto diretto con le goccioline di saliva di una persona infetta o, più raramente, tramite oggetti contaminati dalle secrezioni orofaringee di un paziente.

I pazienti vaccinati possono essere portatori sani del batterio.

Il periodo di incubazione oscilla tra 1 e 10 giorni, ma è in genere di 2-5 giorni.

Pur localizzandosi nel naso, nelle tonsille, nell’ugola, l’infezione può diventare potenzialmente mortale a causa della tossina che i batteri produce e che si diffonde, attraverso il sangue, in tutto l’organismo provocando gravi danni a organi vitali.

Esiste anche una forma di difterite cutanea, maggiormente diffusa in climi tropicali.

 

Come si manifesta la difterite nei bambini

Nella maggior parte dei casi coinvolge faringe e prime vie respiratorie e si manifesta con i seguenti sintomi:

  • Mal di gola;
  • Perdita dell’appetito;
  • Febbricola.

Nelle successive 48-72 ore dal contagio, sulla superficie delle tonsille e della gola si formano caratteristiche membrane grigiastre, dai margini infiammati, che talvolta possono sanguinare e assumere un colore verdastro o nero.

Nei casi più gravi, possono svilupparsi gonfiore del collo e ostruzione delle vie respiratorie, anche completa.

Possibili complicanze della difterite possono manifestarsi negli organi vitali:

  • a livello cardiaco (aritmie, con rischio di arresto cardiaco, miocardite, scompenso cardiaco);
  • renale (insufficienza renale);
  • a carico dei nervi periferici (neuropatia periferica).

Una complicazione rara ma grave è quella che coinvolge la pelle, ma anche questa interessa soprattutto gli abitanti e i bambini delle zone tropicali.

Raramente il batterio causa infezioni oculari, dell’orecchio (otite esterna) e del tratto genitale (vulvovaginite purulenta e ulcerativa).

La mortalità varia dal 3% al 23% a seconda della gravità dei sintomi e della tempestività del trattamento.

 

I sintomi più diffusi tra i bambini sono:

  • Mal di gola e raucedine;
  • dolore nella deglutizione;
  • presenza di una patina grigiastra in gola e sulle tonsille;
  • ingrossamento dei linfonodi del collo;
  • difficoltà a respirare o respirazione accelerata;
  • naso che cola e febbre;
  • brividi e malessere generalizzato.

In genere i disturbi compaiono tra 2 e 5 giorni dopo l’infezione, ma in alcuni casi meno gravi possono addirittura non manifestarsi.

Se l’infezione riguarda la pelle, i sintomi includono dolore, arrossamento, gonfiori ed eventualmente ferite coperte da una membrana grigiastra.

 

La difterite si previene con il vaccino

La prevenzione si basa sulla somministrazione di un vaccino che in Italia è obbligatorio. La vaccinazione combinata contro difterite e tetano è obbligatoria dal 1939. Le dosi per entrambe le patologie vengono somministrate simultaneamente.

La strategia più efficace ancora oggi resta la vaccinazione preventiva che in Italia è disponibile fin dal 1920. Il vaccino antidifterico contiene la tossina batterica, trattata in modo da non essere più tossica per l’organismo, ma comunque in grado di stimolare la produzione di anticorpi protettivi da parte del sistema immunitario.

Oggi il vaccino antidifterico può essere somministrato anche in combinazione con quello contro il tetano e contro la pertosse (DTP). La tendenza è quella di vaccinare i nuovi nati con il vaccino esavalente, che protegge anche dalla poliomielite, dall’epatite virale B e dalle infezioni invasive da Haemophilus influenzae B.

 

Il vaccino è consigliato a:

  • tutti i bambini nel primo anno di vita;
  • tutti gli adulti non vaccinati;
  • i viaggiatori che si recano nelle zone dove la malattia è endemica.

Il ciclo di base del vaccino è costituito da tre dosi, da praticare al terzo, quinto e dodicesimo mese di vita del bambino. Successivamente vengono eseguite due dosi di richiamo, all’età di 6 e 14 anni.

A ciclo ultimato, la vaccinazione antidifterica conferisce una protezione pressoché totale. Per conservare una buona immunità, si possono fare ulteriori richiami ogni dieci anni.

 

Altre tipologie di vaccinazione 

In altri casi i pediatri procedono con tipologie differenti di vaccinazione, quali:

  • vaccinazione quadrivalente negli adolescenti (l’antidfterico viene associato ai vaccini contro tetano, pertosse e poliomielite);
  • vaccinazione trivalente negli adulti (combinato con antitetano e pertosse);
  • vaccinazione bivalente negli adulti (tetano e pertosse).

 

Perché la vaccinazione è importante

Nel 2016 l’Istituto Superiore di Sanità (Iss) ha certificato un primo caso di nodulo difterico in Italia. Quell’evento è stato l’episodio spia di un contatto con il batterio che non si è evoluto nella malattia perché il microrganismo è stato contrastato dal sistema immunitario.

In quel periodo la difterite si affacciava per la prima volta dopo 25 anni, in particolare dopo l’epidemia che si verificò nei paesi dell’Europa orientale negli anni 1990-1997. Era appena crollata l’Unione sovietica e quei Stati si opposero alla vaccinazione per motivi ideologici ed economici. Il risultato è stato che si ammalarono oltre 200mila persone e ne morirono quasi 6mila.

Il calo delle vaccinazioni nel 2016 ha di fatto rimesso in circolo il batterio, provocando la morte di 2 bambini in Spagna e Belgio.

Nel 2020 (ultimo dato disponibile in Italia) la copertura vaccinale pediatrica è stata del 93,92%. Ma ben 20 anni fa, nel 2002, superava la media del 96,85.

 

Come vaccinare i bambini

Il calendario vaccinale attualmente vigente (qui per consultarlo) prevede che la prevenzione della difterite si basi sulla vaccinazione dei bambini nel primo anno di vita (ciclo di base a 3 dosi), utilizzando prodotti combinati in cui la componente antidifterica è associata ad altre come avviene, ad esempio, nel vaccino esavalente (pertosse, tetano, difterite, poliomielite, epatite virale B e Haemophilus influenzae di tipo B).

È previsto un richiamo nel sesto anno di vita con il vaccino trivalente DTPa (antidifterite-tetano-pertosse). Successivamente è raccomandato un richiamo ogni 10 anni con la formulazione trivalente antidifterica, antitetanica, antipertosse per adulti (dTpa).

La vaccinazione dTpa è da effettuare ad ogni gravidanza, anche se la donna sia già stata vaccinata o sia in regola con i richiami decennali.

 

L’emergenza attuale in Africa

Il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie della Nigeria (Ncdc) ha confermato attraverso un avviso di salute pubblica l’allerta massima per un’epidemia di difterite che ha già causato almeno 25 decessi nello stato nord-occidentale di Kano.

Altri casi sono stati segnalati negli stati di Lagos e Kano.

Gli individui che sviluppano la malattia vanno trattati immediatamente con l’antitossina e antibiotici (eritromicina o penicillina), quindi messi in isolamento per evitare che contagino altre persone. In genere, già dopo 2 giorni di terapia non sono più contagiosi.

 

La difterite in Sudamerica

Da luglio 2016 è in corso in Venezuela un’epidemia di difterite. Secondo i dati aggiornati alla 16a settimana epidemiologica del 2018 i casi sospetti sono 1716 (324 nel 2016, 1040 nel 2017 e 352 nel 2018) e quelli confermati 1086 (di cui 350 confermati in laboratorio e 736 epidemiologicamente). I decessi sono stati 160 (letalità 14,7%).

Sono stati registrati casi in tutte le fasce di età (la maggior parte nella fascia 1-49 anni), ma il maggiore tasso di incidenza si è verificato nella fascia 5-19 anni.

In risposta all’epidemia sono state intensificate la sorveglianza epidemiologica, l’identificazione dei casi, l’assistenza sanitaria, la vaccinazione dei bambini e degli adolescenti tra i 7 e i 15 anni di età, l’aggiornamento continuo del personale sanitario e gli interventi di educazione sanitaria.

L’epidemia fa seguito a un abbassamento delle coperture vaccinali in Venezuela che nell’ultimo quinquennio non hanno mai raggiunto il 95%. L’ultimo caso autoctono risaliva al 1992.

La Pan American Health Organization (Paho) e l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) hanno raccomandato a tutti gli Stati membri alcune strategie:

  • Una sorveglianza epidemiologica in grado di garantire una tempestiva identificazione dei casi sospetti;
  • Il raggiungimento e mantenimento di elevate coperture vaccinali per il ciclo di base ed i successivi richiami;
  • La vaccinazione, in via prioritaria, delle popolazioni a maggior rischio, inclusi i bambini con meno di 5 anni di età, i bambini che frequentano scuole, gli operatori sanitari, i militari in servizio, le carceri, e chiunque svolga una occupazione che comporti l’essere giornalmente in contatto con molte persone;
  • Assicurare la disponibilità di antitossina antidifterica.

Nel 2018, altri 2 paesi (Colombia ed Haiti), hanno segnalato casi confermati, mentre nel 2017 sono stati riportati episodi, oltre che in Venezuela, anche in Brasile, nella Repubblica Dominicana e ad Haiti.

Altri focolai epidemici sono in atto nello Yemen.

 

Le raccomandazioni per i viaggiatori e turisti

Le organizzazioni Paho e Oms raccomandano alle autorità sanitarie nazionali di ricordare, ai viaggiatori e turisti diretti verso aree in cui sono in atto epidemie di difterite in Sudamerica, l’opportunità di essere adeguatamente vaccinati, in accordo con il calendario vaccinale nazionale e di ricevere una dose di richiamo se sono trascorsi più di 5 anni dall’ultima vaccinazione.

In Italia, l’Epicentro Iss raccomanda: se si sta programmando un viaggio in una parte del mondo in cui questa, e altre malattie, sono diffuse, se l’ultima vaccinazione effettuata risale a più di 10 anni prima è bene sottoporsi a una dose di richiamo.

I luoghi considerati ad alto rischio possono variare nel tempo. Per informazioni aggiornate sull’area che si intende visitare è necessario consultare il sito del ministero degli Affari Esteri “Viaggiare Sicuria questo link.

 

Come si cura

Gli esperti dell’Irccs Humanitas segnalano che in genere il medico si basa sulla presenza o meno di una membrana grigiastra sulle tonsille e in gola. La diagnosi deve essere confermata con analisi di laboratorio del materiale prelevato dalla gola con un tampone.

Nel caso in cui il problema riguardi la pelle, il medico può prelevare il materiale dalle ferite infette per effettuare analisi di laboratorio che permettono di identificare il tipo di batterio con cui si ha a che fare.

In caso di sospetta malattia in corso il trattamento deve iniziare ancora prima che giunga una conferma dalle analisi di laboratorio.

I farmaci prescritti dal medico includono:

  • Antibiotici per ridurre le possibilità di contagio;
  • A bambini e adulti viene iniettata un’antitossina nei muscoli o direttamente in vena, per neutralizzare la tossina prodotta dal batterio.

Oggi vengono utilizzate antitossine immunoglobuline umane che contengono una concentrazione elevata di anticorpi diretti contro la tetanica. La somministrazione di antibiotici permette di eradicare il microrganismo e prevenirne la diffusione, ma non sostituisce il ruolo dell’antitossina.

Spesso il trattamento avviene in ospedale e il paziente viene ricoverato in isolamento.

A volte gli antibiotici vengono prescritti anche alle persone entrate in contatto con il paziente infetto.

L’isolamento (quarantena) del paziente infetto è inoltre fondamentale per evitare che contagi altre persone. In genere, due giorni di terapia sono sufficienti a rendere il paziente non contagioso.