“Altro che vita in campagna: 5 mesi chiuso in casa per evitare di respirare pesticidi”

Caro Salvagente, sono un lettore assiduo della rivista che trovo molto utile nella complicata quotidianità della vita. Abito da anni in campagna, scelta che feci circa vent’anni fa, per sfuggire, parafrasando una vecchia pubblicità di Carosello, al logorio della vita moderna, ma inutilmente.

Ahimè, la campagna non è più luogo dove vivere tranquilli al riparo da rumori e da inquinamento. La modernità ha trasformato le aziende agricole, non più la diversificazione colturale, che prevedeva la messa in coltivo di diverse piante, nonché la presenza di piccoli animali, ma monocoltura, che per la sua attuazione più remunerativa ha distrutto siepi, piccoli boschi, fruttiferi autoctoni, fossi e canali ritenuti d’intralcio. Per quel che mi riguarda, le coltivazioni a cui mi riferisco sono quelle della vite. La provincia in cui abito è quella di Chieti, una delle province più vitate d’Italia. Ora il punto è questo: la difesa della vite dai patogeni richiede, in relazione all’andamento climatico dai dieci ai venti trattamenti per stagione, da maggio a settembre. In questo lasso di tempo è come vivere in una camera a gas per la qualità dell’aria, con all’interno un martello pneumatico, gli atomizzatori sono sempre più potenti, grandi e rumorosi. Essendo la mia abitazione circondata da vigneti, in prossimità del mare e quindi maestrale e libeccio sono sempre presenti, l’effetto deriva è pressoché costante e quindi nei mesi più belli non posso usufruire del giardino, tutto è contaminato, neanche il cane posso lasciare più fuori, dopo aver verificato che per alcuni anni in quel periodo era soggetto a forti diarree e quando rientrava in casa emanava pestiferi odori di zolfo e pesticidi.

Ho fatto notare più volte il mio disagio agli agricoltori, ma la risposta è sempre stata più o meno la stessa: quando ho iniziato il trattamento il vento non c’era. Ora mi chiedo, prestiamo grande attenzione ai residui di pesticidi sulle derrate alimentari, come è giusto, ma sui residui che si trovano sugli esseri viventi, nell’aria, nelle acque, nei giardini, non si può fare niente? Credo che questo problema sia comune anche a cittadini di altre province e comuni, sarebbe necessaria una iniziativa legislativa chiara che prevedesse i relativi stringenti controlli per tutelarci. Credo si renda opportuno inoltre, che i proprietari dei fondi nelle vicinanze delle abitazioni fossero invitati ad adottare tecniche di difesa biologiche. Fra un po’ si ricomincia e io rimonterò di vedetta per controllare la direzione dei venti e cercare di mettere in sicurezza panni stesi, cane, gatto, auto e chiudere o aprire le finestre e a rinunciare di cucinare in giardino.

Un abbonato fedele

Caro lettore, la sua testimonianza che abbiamo deciso di pubblicare integralmente, ha bisogno davvero di pochi commenti. L’esigenza di regole che tutelino chi vive in zone come la sua, però, è fortemente sentita da molti tanto che lo scorso dicembre decine di migliaia di firme sono state depositate dal gruppo No Pesticidi alla Camera durante una conferenza stampa a cui hanno partecipato con Patrizia Gentilini (Oncologa ed Ematologa), Isde (Associazione Medici per l’Ambiente); Maria Grazia Mammuccini (Responsabile Coalizione Stop Glifosato); Renato Bottiglia (Amministratore del Gruppo Fb No Pesticidi), Fiorella Belpoggi (Direttrice Area Ricerca dell’Istituto Ramazzini di Bologna). All’incontro parteciperanno anche la Deputata Silvia Benedetti (Gruppo Misto) e la Deputata Sara Cunial (M5S com. Agricoltura). Una iniziativa che chiede il rispetto di diritti minimi (la distanza dalle case, un minimo di informazione per i residenti) che sosteniamo fortemente. Nella speranza che produca finalmente i suoi effetti.