
La sanità di prossimità promessa dal Pnrr resta, nei fatti, un cantiere aperto. I numeri fotografati dall’Osservatorio Gimbe parlano chiaro: al 31 dicembre 2025 solo 66 case della comunità sono pienamente operative (appena il 3,9%). Mancano servizi essenziali o, più semplicemente, il personale.
La sanità di prossimità promessa dal Pnrr resta, nei fatti, un cantiere aperto. I numeri fotografati dall’Osservatorio Gimbe parlano chiaro: al 31 dicembre 2025 solo 66 case della comunità sono pienamente operative (appena il 3,9%), mentre solo 163 Ospedali di Comunità (27,4%) hanno attivato almeno un servizio, ma nessuno risulta pienamente funzionante. “Abbiamo analizzato – dichiara Nino Cartabellotta, presidente del Gimbe – i risultati raggiunti al 30 dicembre 2025 e le criticità che continuano a frenare la riforma dell’assistenza territoriale, con un obiettivo preciso: fornire ai cittadini un quadro oggettivo e allo stesso tempo lanciare un monito a Governo e Regioni“.
Il quadro che emerge è quello di una riforma partita ma mai decollata. Le Case della Comunità, pensate per diventare il primo presidio sanitario sul territorio, spesso esistono solo sulla carta o funzionano a metà: in molti casi mancano servizi essenziali o, più semplicemente, il personale. “Anche dove tutti i servizi vengono dichiarati attivi – osserva Cartabellotta – le Case della Comunità restano, nei fatti, scatole vuote: senza personale sanitario non possono funzionare”. Una criticità che si traduce in strutture poco attrattive e incapaci di alleggerire la pressione su ospedali e pronto soccorso.
La media nazionale del 45,5% delle CdC con almeno un servizio dichiarato attivo è superata da 10 Regioni: dal 49,7% della Toscana al 100% della Valle d’Aosta. Le rimanenti 11 si collocano al di sotto del valore nazionale: dal 38,5% della Provincia autonoma di Trento sino alla Basilicata e alla Provincia autonoma di Bolzano, dove non risulta attiva alcuna CdC.
Ospedali di comunità ancora più indietro
Ancora più indietro gli ospedali di comunità: poco più di un quarto ha attivato almeno un servizio e nessuno ha raggiunto la piena operatività. “Questi numeri – commenta Cartabellotta – certificano che sugli ospedali di comunità siamo ancora più indietro“, tanto che centrare gli obiettivi entro la scadenza del Pnrr “appare una missione impossibile“. A pesare sono ritardi strutturali, differenze territoriali marcate e, soprattutto, la cronica carenza di personale sanitario.
L’unico tassello che sembra funzionare è quello delle Centrali operative territoriali, già attive in tutte le Regioni e oltre il target europeo. Ma da sole non bastano a compensare le lacune del sistema. Sul fronte digitale, poi, il Fascicolo sanitario elettronico resta incompleto e poco utilizzato: solo il 44% dei cittadini ha dato il consenso alla consultazione dei dati, con forti divari tra Nord e Sud. “Se nemmeno la metà dei cittadini consente l’accesso al proprio Fse – avverte Cartabellotta – non siamo di fronte a un problema tecnico, ma a un fallimento culturale e organizzativo”.
A tre mesi dalla rendicontazione finale della Missione Salute, il rischio è concreto. “L’obiettivo di rendere case e ospedali di comunità ‘pienamente funzionanti’ resta ancora molto lontano“, conclude Cartabellotta, indicando tre pericoli: non raggiungere i target europei e dover restituire i fondi, accentuare le diseguaglianze regionali e, soprattutto, incassare le risorse senza produrre benefici reali per i cittadini. Con il risultato di lasciare in eredità «scatole vuote e una digitalizzazione frammentata», sprecando una delle più grandi occasioni di riforma del Servizio sanitario nazionale.
“Senza personale sono cattedrali nel deserto”
Nel dicembre 2025 il Salvagente aveva dedicato un’inchiesta a firma Mario Catalano, proprio sulle case di comunità e sulle enormi difficoltà che incontravano. ne riportiamo a seguire una parte.
l pilastro della Missione Salute del Pnrr è in crisi profonda, con le Case della Comunità che rischiano di restare vuote o con operatività ridotta. La vera urgenza non è costruire nuove mura, ma trovare il personale indispensabile – dai medici agli infermieri – per garantire ai cittadini e alle cittadine servizi reali e la cruciale prossimità. “Una parte del ritardo deriva dall’aver concentrato l’intervento sulle nuove strutture, mentre la criticità principale riguarda la disponibilità di personale, non solo medico ma anche amministrativo e infermieristico, indispensabile per far funzionare l’équipe curante” ci spiega Alberto Magni della Società italiana dei medici di medicina generale (Simg). “Ci troviamo in un momento di forte ricambio generazionale tra i medici, mentre parallelamente sono state avviate numerose nuove strutture. Il tema non è costruire nuovi spazi, ma assicurare che siano dotati del personale necessario per offrire servizi reali ai cittadini”.
Non si tratta solo di un intoppo burocratico, ma una criticità del sistema sanitario nazionale. Secondo Magni c’è confusione tra la percezione pubblica delle CdC e l’attività del medico di famiglia, che opera per quartiere e prossimità. “Il parametro teorico è una CdC ogni 50mila abitanti, ma in diversi territori la distribuzione reale non coincide con i bisogni della popolazione fragile. Per alcune persone con disabilità gli spostamenti restano complessi. Senza un’adeguata dotazione di professionisti e senza un forte raccordo con i servizi territoriali già attivi, le nuove strutture rischiano di integrarsi con difficoltà”. “In alcuni contesti – prosegue – i nuovi spazi possono facilitare l’aggregazione dei medici di medicina generale, ma non sempre coincidono con le aggregazioni già presenti, e questo può ridurre l’efficacia dell’investimento”.
I dubbi dei camici bianchi
La carenza di personale medico è uno dei principali ostacoli all’attuazione del Dm 77/22, il decreto del ministero della Salute che ha dato avvio all’istituzione delle Case della Comunità. La Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg) riconosce che la carenza è strutturale, dovuta a una crisi generazionale in cui molti professionisti sono andati in pensione quasi contemporaneamente. Per il presidente Giacomo Caudo, nonostante i ritardi, la crisi dovrebbe gradualmente ridursi nei prossimi cinque anni e sottolinea che il problema non sta nell’opposizione dei medici alle CdC, bensì alla loro funzione. La preoccupazione secondo Caudo, che il medico di medicina generale si opponga a questo ruolo è una distorsione, visto che per i nuovi assunti la presenza nelle CdC diventa obbligatoria. “Nel nuovo contratto abbiamo previsto un numero tale che garantirà la presenza dei professionisti. Non è vero che i medici di medicina generale mancheranno: con l’adozione del ruolo unico e la metodologia programmata nella convenzione firmata, è stato stabilito un numero di ore che dovrebbero essere più che sufficienti a garantire la loro presenza nelle Case della Comunità”.
Le Case della Comunità, secondo il presidente Fimmg, possono rappresentare una grande opportunità a condizione che siano concepite come uno strumento dell’assistenza territoriale e non come un’alternativa ad essa. La vicinanza al paziente (prossimità) rimane il punto cruciale, specialmente per la popolazione anziana e fragile: “È impensabile – aggiunge – che i pazienti, soprattutto gli anziani o quelli con disabilità, la cui percentuale è raddoppiata, lascino il medico di famiglia vicino casa per recarsi alla Casa della Comunità se non per esigenze di secondo livello, non certamente di primo livello”. Inoltre, per funzionare, le Case “devono assolutamente avere infermieri, che mancano, dotazione tecnologica e specialisti”.
Non solo. C’è un altro fattore da non sottovalutare per Caudo: “Una delle motivazioni principali della ridotta attrattività è la discriminazione che sussiste tra la retribuzione della borsa di studio nelle specializzazioni tradizionali rispetto a quella della medicina generale che è la metà”. Secondo il presidente della Fimmg, questa disparità retributiva ha “una valenza significativa nelle scelte dei giovani”, i quali tendono a fare valutazioni legate più agli effetti immediati che non agli effetti a lungo termine. Non solo. C’è la questione dei nuovi adempimenti burocratici che per i medici di famiglia aumentano i loro carichi di lavoro.
Giacomo Caudo solleva il problema: “Oggi sono quasi esclusivamente i medici di famiglia ad alimentare il Fse” il Fascicolo sanitario elettronico. Secondo il medico, l’implementazione costante e corretta, in particolare del Patient Summary (il Profilo sanitario sintetico, il documento informatico sanitario che riassume la storia clinica del paziente e la sua situazione corrente, ndr) non può essere demandata solo al medico di famiglia, che gestisce migliaia di pazienti. “E se uno specialista non carica la prestazione sul Fse, il sistema fallisce”.
La crisi degli operatori
La carenza del personale sanitario non riguarda solo i medici, ma anche, e soprattutto, gli infermieri. Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi), conferma che la carenza di infermieri di famiglia e comunità è un fattore determinante nel rischio che le Case della Comunità rimangano vuote o con operatività ridotta, specialmente in regioni in ritardo come Campania e Basilicata. Lo standard definito dalla norma è di un infermiere ogni 3mila abitanti.
Secondo il primo rapporto sulle professioni infermieristiche Fnopi-Sant’Anna, la grande maggioranza delle regioni italiane ha adottato questo standard. “Le differenze più significative riguardano il calcolo del fabbisogno, aspetto cruciale che ha un impatto diretto sulle risorse necessarie per l’implementazione del modello”, precisa la presidente Mangiacavalli. In alcune regioni come l’Emilia-Romagna, il fabbisogno è stato identificato come una criticità, con tempi stimati per la piena implementazione che vanno da quattro ai cinque anni. In Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Marche, Molise e Piemonte non sono stati ancora definiti i numeri del fabbisogno, sebbene alcune regioni facciano riferimento a normative o a documenti futuri, come nel caso della Puglia. D’altro canto, altre regioni come la Lombardia, la Sardegna, la Sicilia, la Toscana, l’Umbria, la Valle d’Aosta e il Veneto hanno già identificato il fabbisogno totale. “Il fabbisogno non definito in molte aree, insieme alle risorse scarse, suggerisce che l’implementazione potrebbe richiedere un significativo investimento, che va pianificato con attenzione per garantire un equilibrio tra l’offerta di servizi e la domanda di assistenza territoriale”.
La figura dell’infermiere di famiglia e comunità è ancora presente a macchia di leopardo nelle varie aree del paese. Ma laddove funziona se ne comprende la centralità. Di conseguenza, secondo Mangiacavalli, occorre diversificare i modelli organizzativi, e specializzare le competenze. Partendo da una formazione universitaria triennale generalista e in grado di fornire una base importante al professionista, il percorso deve proseguire attraverso le lauree magistrali e i master: “Perché con l’infermiere di famiglia e comunità cambia il paradigma dell’assistenza. Semplificando: l’infermiere non risponde più alla chiamata in ospedale, ma è lui a suonare al campanello ed entrare nelle case delle persone assistite: case e situazioni sempre diverse e non sempre semplici. Indispensabile, quindi, una formazione specifica e puntuale”.









