Pesticidi, l’ex responsabile svizzero accusa: il sistema di autorizzazione in Ue è inefficace

pesticidi

Il sistema di autorizzazione dei pesticidi in Ue è inaffidabile, basato su test parziali. Ad affermarlo è Jürg Zarn, per 30 anni ai vertici della valutazione dei pesticidi in Svizzera e ex membro del comitato di esperti dell’Onu.

Il sistema di autorizzazione dei pesticidi in Ue è inaffidabile, basato su test parziali. Ad affermarlo è Jürg Zarn, per 30 anni ai vertici della valutazione dei pesticidi in Svizzera e ex membro del comitato di esperti dell’Onu.

L’intervista

A raccogliere le dichiarazioni dell’esperto che ha lavorato per tre decadi all’Ufficio federale della sicurezza alimentare e di veterinaria (Usav), dove ha diretto il settore di tossicologia dei pesticidi, il giornale Tages AnzeigerBiochimico di formazione, Jürg Zarn è stato anche a lungo membro del Jmpr (Joint Fao/Who Meeting on Pesticide Residues), il comitato di esperti delle Nazioni Unite che stabilisce i limiti massimi di residui nei prodotti alimentari adottati a livello globale. Aveva già messo in discussione l’affidabilità dei test sugli animali utilizzati per autorizzare i pesticidi. 

Il ruolo dell’Unione europea

Ora rincara la dose, come scrive Ticinoline che riporta frammenti della notizia: “La Svizzera si affida ciecamente all’Unione europea”, “Pochi politici sanno che la Commissione europea approva i pesticidi basandosi sulle valutazioni di un singolo Paese membro, quello in cui viene presentata la domanda”, spiega. “Ma la qualità delle valutazioni varia enormemente da Stato a Stato”.

Il nodo critico dei test sugli animali

Riguardo ai test tossicologici sugli animali, Zarn affera: “Giustifichiamo la sofferenza degli animali sostenendo che serva a garantire la sicurezza dell’uomo. Ma non è così: questi test non offrono alcuna garanzia reale”, “La maggior parte degli studi sul cancro si basa su un unico test a lungo termine, con un numero di animali statisticamente insufficiente e senza ripetizioni. In questo modo si individuano solo effetti molto forti. Tutto il resto sfugge”. Zarn fa un paragone con i farmaci: “Anche i medicinali vengono prima testati sugli animali, ma quando si passa all’uomo il 90% fallisce, pur essendo risultato sicuro ed efficace nei test preclinici. Perché dovrebbe essere diverso con i pesticidi?”. Secondo l’esperto, “Le aziende hanno la fortuna di non dover testare i pesticidi sull’uomo. Se fosse obbligatorio, probabilmente assisteremmo allo stesso tasso di fallimento dei farmaci”.

A volte basta la razza di cavia diversa per cambiare la decisione

Zarn cita anche il ruolo della scelta della razza animale, per esempio del fungicida Chlorothalonil, oggi vietato: “Provocava tumori renali in una certa razza di ratti, ma non in un’altra. L’azienda ha avuto la “sfortuna” di testare per prima la razza sensibile. Se fosse accaduto il contrario, oggi il prodotto sarebbe probabilmente ancora considerato non cancerogeno”. Le norme infatti prevedono una sola sperimentazione su topi e una su ratti, indipendentemente dai risultati. “È puro caso se certi rischi vengono individuati”, aggiunge Zarn.

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Serve trasparenza

L’esperto è convinto che se i dati degli studi sugli animali fossero accessibili, “il sistema cambierebbe rapidamente. Sarebbe subito evidente che i test non rispettano nemmeno standard minimi”, mentre ad oggi questi dati sono coperti dal segreto industriale. E Zarn sostiene che il sistema spinge verso l’autoconservazione: “L’ho visto anche nel comitato ONU di cui facevo parte”. Molti esperti non hanno mai condotto direttamente gli studi presentati dall’industria: “Entrano nel sistema, ne assorbono il linguaggio e i modelli di pensiero. Così, lentamente, si perde l’autonomia critica necessaria per valutare davvero i dossier. Ed è estremamente pericoloso” conclude Zarn.