
La carta da forno è un prodotto molto usato in cucina. Il test del Salvagente su 16 marche rivela la presenza diffusa di “inquinanti per sempre”, pur entro i limiti stabiliti. Il nodo resta l’esposizione cumulativa e l’impatto ambientale
Gli allerta scientifici e ambientali riguardo i rischi legati alle sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) sono aumentati negli ultimi anni. I Pfas, molto utilizzati dall’industria come impermeabilizzanti o ritardanti di fiamma, sono stati nel tempo individuati in vari tipi di prodotti e di ecosistemi: dagli impermeabili, alle stoviglie, dai cosmetici ai tessuti tecnici, finiscono per contaminare anche terreni, falde acquifere e persino l’aria. Un problema enorme se si pensa che diverse sostanze appartenenti a questa categoria sono state classificate come interferenti endocrine, neurotossiche o cancerogene. Tra gli oggetti più utilizzati nella vita di tutti i giorni, ma meno indagati sotto questo punto di vista, c’è la carta da forno. I fogli utilizzati per evitare che il cibo in cottura si attacchi al fondo della teglia, sono in genere composti in fibra di cellulosa rivestita di silicone, oppure in carta simile a pergamena ottenuta in un bagno a base di agenti chimici come l’acido solforico. Chi immette in commercio una carta da forno, così come qualsiasi altro oggetto destinato a entrare in contatto con alimenti, è tenuto a rilasciare una dichiarazione sulla sicurezza, in modo da certificare che il prodotto contenga solo sostanze ammesse dalla legge. Quello che però le etichette non riportano è la presenza di Pfas. E questo nonostante i cosiddetti “inquinanti per sempre”, nella carta da forno ci siano, eccome.
Il test su 16 marche di carta da forno
A confermarlo è il test del Salvagente, che ha portato in laboratorio 16 diversi prodotti di altrettante marche alla ricerca delle sostanze perfluoro alchiliche. Sotto la lente d’ingrandimento sono finite le carte da forno Domopak, House, Ottimo, Arkalia Casa (Pam), Cuki, Home&Style (Todis), Lidl, Sistema casa (Eurospin), Frio, Casa Coop, Esselunga, Conad, Selex, Ecor e Carrefour. I risultati dicono che solo in due casi, Carrefour e Domopak, gli eventuali Pfas contenuti erano sotto i limiti di quantificazione, e dunque non identificabili. Per il resto, quasi tutti i campioni hanno rivelato la presenza di almeno due sostanze diverse, con picchi di tre nel caso della carta da forno Lidl aromata. E le due marche che puntano sulle qualità ambientali (Ecor e Cuki carta forno naturale) non si sono distinte in positivo, almeno per quanto riguarda la presenza di sostanze perfluoroalchiliche.
Quali Pfas sono stati trovati
Entrando nel merito, nelle analisi di laboratorio del Salvagente sono stati individuati tre diversi Pfas. Tra questi, l’acido perfluorobutanoico (Pfba), sottoprodotto di degradazione del Pfoa, Pfas vietato perché tossico. Il Pfba è molto persistente nell’ambiente, rientra tra i 24 Pfas soggetti a restrizioni per la tutela delle acque potabili ed è altamente mobile, quindi può contaminare facilmente le falde acquifere. Studi su animali mostrano che esposizioni elevate possono provocare alterazioni di tiroide e fegato, oltre a effetti sullo sviluppo e sui parametri del sangue. Gli altri due composti rilevati sono alcoli fluorotelomerici (Ftoh), utilizzati come precursori di altri Pfas, tra cui Pfoa e Pfna, e impiegati nella produzione di tensioattivi. Si tratta di sostanze volatili diffuse nell’aria, che possono degradarsi in Pfas più persistenti e tossici, già rilevati nel sangue umano e negli animali. In particolare, il Ftoh 6:2 può trasformarsi nell’acido perfluoroesanoico (Pfhxa), vietato nell’Ue per diversi usi, mentre il Ftoh 8:2 è un precursore del Pfoa, classificato cancerogeno per l’uomo e bandito in Europa dal 2020.
Limiti europei e rischio ambientale
Ad ogni modo, se prendiamo in considerazione i limiti Ue per i Pfas relativi alla produzione e commercializzazione di imballaggi alimentari, che entreranno in vigore il 12 agosto 2026, nel nostro test non vi è alcun sforamento né per quanto riguarda la somma di Pfas complessivi, che riguarda una cinquantina di sostanze ritenute più pericolose, né per il fluoro totale, indicativo anche di altri tipi di Pfas potenzialmente presenti ma non identificati dal laboratorio (ad oggi i Pfas in circolazione sono circa 10mila, impossibile cercarli tutti). Risultati che comunque non tranquillizzano perché anche se il problema dei Pfas nelle carte da forno non fosse tanto la migrazione diretta nel cibo, ma l’inquinamento ambientale sia nei processi industriali che durante lo smaltimento, ci troviamo di fronte all’ennesima fonte di contaminazione.
Cosa si trova all’interno della carta forno
er il test sulle 16 carte da forno presenti nel confronto, il laboratorio commissionato dal Salvagente ha svolto due tipi di analisi alla ricerca di sostanze perfluoroalchiliche. I risultati ci hanno restituito informazioni interessanti sia dal punto di vista dell’impatto diretto che di quello ambientale (dunque indiretto) sulla salute umana.
Fluoro totale e organico
Il dato relativo alla presenza di fluoro totale così come quella del fluoro organico è indicativa della quantità potenziale di Pfas contenuti nel campione, in una forma che può liberarsi durante la cottura in forno e subire una migrazione nel cibo stesso, finendo nell’organismo di chi consuma il pasto. È una tecnica di screening fondamentale per rilevare la presenza di Pfas in matrici complesse come tessuti, imballaggi alimentari e acqua. A differenza delle analisi target, che identificano solo poche decine di molecole specifiche, questa metodologia misura il contenuto totale di fluoro, indicando la presenza di oltre diecimila composti perfluorurati e polifluorurati. La finalità è quella di monitorare l’uso intenzionale di Pfas, per esempio per trattamenti idrorepellenti, quando i metodi mirati standard non sono sufficienti. La differenza tra fluoro totale e organico è che il primo include anche residui da sostanze chimiche diverse dalle sostanza perfluoroalchiliche. Per quanto riguarda gli imballaggi alimentari e i materiali a contatto con il cibo, il regolamento Ue 2025/40, in vigore dal 12 agosto 2026, prevede 50 milligrammi per chilogrammo come limite massimo di fluoro totale tollerabile. Da questo punto di vista nessuno dei campioni analizzati ha rivelato picchi di fluoro preoccupanti.
Somma di Pfas
Le analisi relative alla somma di Pfas mirati identifica la presenza o meno di circa 50 sostanze, le più problematiche dal punto di vista della salute umana. In questo caso il limite previsto dal regolamento Ue a partire dal 12 agosto 2026 è di 250 microgrammi per chilo. Questi dati in particolare ci forniscono un quadro interessante relativamente al rischio di contaminazione ambientale da Pfas: durante lo smaltimento e in taluni casi il riciclo dei materiali di partenza, le sostanze perfluoroalchiliche possono finire in ambiente, fino a contaminare per l’appunto le falde acquifere, i terreni, e l’atmosfera, andando così a incidere sia sull’ecosistema naturale che indirettamente sugli essere viventi che entrano in contatto con gli inquinanti per sempre. Relativamente al limite di 250 μg/kg, i 16 campioni da noi analizzati si sono rivelati tutti ampiamente al di sotto della soglia.
Il Pfba
Nelle analisi di laboratorio del Salvagente sono stati trovati tre Pfas differenti. L’acido perfluorobutanoico (Pfba) è una sostanza perfluoroalchilica impiegata in varie applicazioni industriali ed è il principale prodotto di degradazione dell’acido perfluoroottanoico (Pfoa). È associato all’uso di acceleranti di presa nel calcestruzzo per le gallerie, come nel caso della superstrada pedemontana Veneta. Il Pfba è noto per la sua elevata persistenza ambientale e fa parte dei 24 Pfas soggetti a restrizioni per la tutela delle acque potabili. La sua elevata mobilità e solubilità lo rendono in grado di inquinare le falde acquifere, trovandosi spesso in tracce negli ambienti sotterranei. Negli studi di laboratorio sugli animali, l’esposizione a livelli elevati di Pfba provoca effetti sulla tiroide e sul fegato, come l’aumento del peso di questi organi, alterazioni degli ormoni tiroidei, riduzione del colesterolo e cambiamenti cellulari in entrambi. Altri effetti dell’esposizione a Pfba includono ritardi nello sviluppo e una diminuzione dei globuli rossi e dell’emoglobina.
I due Ftoh
Le altre due tipologie di Pfas trovate nelle analisi sono entrambi alcoli fluorotelomerici, o Ftoh. Si tratta di precursori degli acidi carbossilici perfluorurati tossici, come Pfoa e Pfna, e di altri composti, e possono inoltre essere utilizzati nella produzione di tensioattivi. Gli alcoli fluorotelomerici sono volatili e vengono rilevati diffusamente nell’aria. Possono biodegradarsi in altri Pfas, che persistono nell’ambiente e sono stati riscontrati nel siero sanguigno delle popolazioni umane e della fauna selvatica. Nello specifico, il Ftoh 6-2 è noto perla capacità di trasformarsi in composti più pericolosi, specificamente l’acido perfluoroesanoico (Pfhxa), che l’Unione europea ha vietato per alcuni utilizzi tra cui tessile, schiume antincendio, calzature, materiali a contatto con il cibo. Il Foth 8-2, invece, è un precursore del Pfoa, classificato come cancerogeno per l’uomo dallo Iarc, ed è vietato in Ue dal 2020. Va sottolineato che il fatto che nei nostri test siano stati individuati solo questi tre Pfas non significa che non ce ne siano altri non ricercati nella somma di Pfas.







