
I Tar di Lazio e Lombardia confermano la legittimità degli esami effettuati in farmacia, ma il nodo del dibattito resta quello della validità dei risultati (che sono diversi da quelli fatti in laboratorio) con il rischio di generare un’illusione di diagnosi
Gli esami e i test rapidi effettuati in farmacia sono legittimi. Continuano a sostenerlo i giudici amministrativi respingendo i ricorsi presentati dai laboratori di analisi privati e accreditati. Dopo il Tar del Lazio, anche quello della Lombardia aggiunge un ulteriore passaggio giurisdizionale sulle argomentazioni di chi continua a ritenere illegittima l’erogazione in farmacia di servizi sanitari come alcune analisi diagnostiche o servizi di telemedicina. Anche i giudici amministrativi lombardi, con la sentenza n. 4247/2025 deposita il 23 dicembre scorso, hanno ribadito la piena legittimità del percorso di evoluzione della farmacia da semplice presidio di distribuzione del farmaco a “centro socio-sanitario polifunzionale a servizio della comunità”, configurandola nel mosaico della rete sanitaria pubblica come un punto di raccordo tra ospedale e territorio e front office del Servizio sanitario nazionale. Inoltre, come hanno già sottolineato altre sentenze, i giudici distinguono con molta nettezza i servizi delle farmacie dai servizi resi dai laboratori privati: le prime svolgono ed erogano “servizi a forte valenza socio-sanitaria”, mentre quelle assicurate dalle strutture ambulatoriali sono “attività sanitarie” strictu sensu. In farmacia, spiega la sentenza, è possibile eseguire test diagnostici o prelievi per l’autocontrollo, come quelli per l’emoglobina glicata o il quadro lipidico, ma queste attività “non possono essere confuse con le analisi di laboratorio, le visite mediche, le diagnosi o le prescrizioni”, appannaggio esclusivo delle strutture sanitarie autorizzate e accreditate.
“Le farmacie brindano alla salute”: il nostro servizio sul numero di febbraio
Ma la questione non sembra per nulla chiusa perché i laboratori accreditati continuano a protestare e da varie parti si sollevano dubbi sui risultati degli esami effettuati in
farmacia. Sul numero di febbraio del Salvagente, in edicola da venerdì scorso e acquistabile anche online, abbiamo ripercorso sulla la vicenda nel servizio “Le farmacie brindano alla salute” dove si fa un excursus sulla legge di Bilancio 2026 che ha permesso alle 20mila farmacie presenti in Italia di offrire ai cittadini una serie di esami e accertamenti di laboratorio, a carico del Servizio sanitario nazionale, ottenendo peraltro un rimborso maggiore (per singola prestazione) rispetto a quello riconosciuto a laboratori, ambulatori e agli stessi ospedali.
Clicca sul pulsante verde qui in basso e acquista la tua copia del giornale
Ma il nodo centrale è quello della validità dei risultati ottenuti con i dispositivi utilizzati in farmacia. La differenza rispetto a un laboratorio di analisi è netta: lì i macchinari vengono controllati ogni mattina (sottoposti a controlli di qualità interni ed esterni), i risultati degli esami sono verificati anche tramite controlli incrociati con altri laboratori e l’esame è inserito in un contesto clinico strutturato, con responsabilità diretta del medico e possibilità di approfondimenti immediati. Le farmacie non hanno questi obblighi. Gli esami sono, nella maggior parte dei casi, test di primo livello, effettuati con sistemi diagnostici detti Point of care test (Poct), che raccolgono dati e li inviano a piattaforme esterne per la refertazione a distanza. Questo, spesso, porta a risultati che si discostano anche del 20% rispetto ai valori ottenuti con gli esami effettuati in laboratorio.
Il rischio, come evidenziato da diversi esperti, è di generare un’illusione di diagnosi: un tracciato o un valore “nella norma” può rassicurare il paziente senza intercettare patologie complesse, mentre un risultato dubbio può innescare ulteriori esami, visite e costi, aggravando ulteriormente il carico sul sistema sanitario invece di alleggerirlo (come vorrebbe la norma). Oltretutto queste informazioni non vengono fornite al cittadino che crede di aver effettuato un esame equiparabile a quello fatto in laboratorio.
A spiegare in modo netto la posizione dei laboratori privati accreditati è Mariastella Giorlandino, presidente di Uap, Unione nazionale ambulatori poliambulatori enti e ospedalità privata, che si sta battendo, a nome delle oltre 20.000 strutture sanitarie che rappresenta, affinché le farmacie rispettino almeno la metà dei 400 requisiti richiesti a ambulatori e laboratori accreditati.
In risposta Andrea Mandelli, presidente della Federazione ordini farmacisti italiani (Fofi) che difende la norma sulle farmacie dei servizi: “grazie alle vaccinazioni, alla telemedicina e alle analisi di prima istanza, possiamo intercettare prima i fattori di rischio, evitare complicanze e ridurre accessi impropri ai pronto soccorso”.
Ma, come sottolineato anche da Anaao Assomed, il sindacato di medici e dirigenti sanitari italiani, “queste misure non rappresentano in alcun modo un antidoto alle liste d’attesa”. Il fenomeno, infatti, “non riguarda la diagnostica di laboratorio dove l’offerta è assolutamente adeguata ai bisogni, distribuita sul territorio, ed erogata ai massimi livelli di qualità dai professionisti abilitati della medicina di laboratorio”.










