
Il 10 luglio 1976 dallo stabilimento dell’Icmesa si liberò una nube di diossina su Seveso e per giorni la popolazione di diverse città lombarde della zona assistette, senza alcuna spiegazione, a un avvelenamento generalizzato
Il 10 luglio 1976 dallo stabilimento dell’Icmesa, che produceva composti chimici di base per disinfettanti, detergenti e cosmetici, si liberò una nube di diossina che inghiottì le vite di chi abitava le città lombarde di Meda, Desio, Seveso e Cesano Maderno. Nessuno capì cosa stava accadendo. La fabbrica taceva. Le autorità esitavano. Ma gli animali morivano, le foglie si bruciarono e la pelle dei bambini si coprì di bolle.
“Il primo aspetto è stato il silenzio: per giorni non si capì la portata di quello che era successo”, ricorda Emanuela Macelloni, sociologa che si è occupata a lungo di Seveso: “La fiducia si è incrinata da allora e non si è più ricomposta”. Quel trauma collettivo è diventato un punto di partenza per molti. “Racconta cosa succede quando la produzione e il profitto vengono prima delle persone”, osserva Davide Biggi, del Comitato No Pedemontana. “Non è un’eredità del passato, ma una lezione ancora aperta: basta guardare cosa accade oggi per capirlo”.
Sopra le vasche dove sono stati stipati i terreni contaminati è nato il Bosco delle Querce. È un luogo della memoria, ma anche il risultato di una battaglia. La prima soluzione individuata era costruirci un inceneritore. “Volevano bruciare qui il materiale contaminato dalla diossina” racconta Beatrice Oleari, responsabile dell’associazione Fare arte di Meda, capofila del progetto Insieme per il Bosco. “La risposta della popolazione fu compatta: da un luogo di morte doveva nascere vita, non fumo. Da quella lotta è nato il bosco.”
Un disastro evitabile
Non un incidente, specificano tutti: un disastro evitabile. “Non è stata una fatalità” osservano le promotrici del progetto. “È il risultato di scelte produttive e di controlli insufficienti”. “Non lo chiamiamo disastro di Seveso,” aggiunge Oleari. “La comunità non ha colpa. Semmai, qui c’è stato il disastro Icmesa”. La nube frammentò fisicamente la comunità, portò allo sgombero di oltre 700 persone e alla divisione del territorio in zone: la zona A, la più pericolosa, evacuata; la zona B, con restrizioni su coltivazioni, allevamento e movimentazione del terreno; e la zona “di rispetto”, con vincoli più leggeri.
“Le conseguenze sanitarie sono state sottovalutate, e la trasparenza sui dati è ancora un tema aperto”, spiega Alberto Colombo, di Sinistra e ambiente di Meda. “La comunicazione verso la popolazione è sempre stata parziale. Si continua a dire che tutto è sotto controllo, ma i cittadini non hanno accesso alle informazioni complete”.
Come per le vite di chi ci viveva, Seveso è uno spartiacque anche per l’Italia e per l’Europa. Da lì nasce un modo diverso di pensare il rischio industriale ma, come precisa Oleari, “le regole da sole non bastano. Le norme servono, ma senza trasparenza e volontà politica restano carta”. “La memoria di Seveso non è solo chimica,” aggiunge Gemma Beretta, del circolo Legambiente Laura Conti di Seveso. “È sociale, politica, collettiva. È la storia di una comunità che si è dovuta reinventare, che non ha scelto di essere un simbolo ma lo è diventata suo malgrado”.
Leggi e memoria
Dal disastro nacque la direttiva europea Seveso, recepita dall’Italia solo nel 1988. Il testo, che disciplina la prevenzione e il contrasto a disastri di natura industriale, è stato aggiornato diverse volte fino all’attuale Seveso III (2012/18/Ue), che impone a ogni Stato membro la mappatura degli impianti a rischio e la pianificazione di emergenza. Recepita dall’Italia nel 2015, introduce obblighi di informazione ai cittadini e controlli più rigorosi. Ma la storia del paese racconta un’altra verità: le leggi ci sono, non vengono applicate.
Dei 42 Siti di interesse nazionale (Sin) mappati da Ispra, solo una percentuale minima ha completato le bonifiche. Non ci sono solo i Sin: secondo il Circular economy report 2025 del Politecnico di Milano, i siti da bonificare in Italia sono 36.814. Le bonifiche in corso sono 17.340, ma il 60% è ancora nella fase iniziale di attivazione.
Il ritorno della diossina
Camminare a Seveso è camminare su due tempi: quello del 1976 e quello del presente, del progetto di una grande opera su un territorio già compromesso, traumatizzato. Il progetto della Pedemontana Lombarda risale a prima del disastro: un’infrastruttura pensata negli anni Sessanta, quando crescita significava cemento e traffico. È passato più di mezzo secolo, è passata una nube di diossina, ma quel progetto è rimasto. Riaperto, aggiornato, rinviato e oggi pronto a tornare nel cuore del territorio contaminato.
“È assurdo pensare che nel cinquantesimo anniversario del disastro arriveranno le ruspe per costruire un’autostrada sopra le ferite di allora”, osserva Beretta. Parte dei terreni che la Pedemontana attraverserà sono gli stessi che, dopo la nube, furono coperti e sigillati. Ma sotto lo strato di terra, la diossina è ancora lì. “Hanno fatto il progetto prima delle analisi”, racconta Biggi. “Poi hanno scavato e hanno trovato la diossina. In alcuni punti i valori non sono diminuiti. Significa che bisogna rifare tutto da capo”.
Secondo le analisi condotte nel 2016 e certificate dall’Arpa Lombardia, la contaminazione in quei terreni è disomogenea ma in alcuni lotti i valori registrati superano i limiti di sicurezza.
“La società che costruisce l’opera,” aggiunge Biggi, “per misurare le eventuali dispersioni di diossina in atmosfera mentre si movimenta il terreno, nelle operazioni di rimozione attuate durante la bonifica per far passare l’autostrada, ha scelto di riferirsi alle linee guida tedesche, più permissive di quelle dell’Oms o dell’Istituto superiore di sanità. È un criterio di comodo, ma meno tutelante. (In Italia non esiste una normativa specifica, ndr). Queste cose – spiega – le viene a sapere solo chi le chiede con insistenza. Vogliamo i dati pubblici, i monitoraggi in tempo reale, i tavoli aperti alla cittadinanza” dice. “Non slide. Non comunicati. Trasparenza vera”.
Cicatrici invisibili
Dopo mezzo secolo, Seveso resta un laboratorio di fiducia pubblica. Il trauma collettivo non si misura solo nei corpi, ma nella percezione del rischio. “C’è una rimozione collettiva ma anche una memoria viva nei ricordi individuali: la fiducia si è incrinata e molta gente continua a sentirsi ignorata”, spiega Macelloni. “Quando smuovi la memoria, emergono i racconti degli animali morti, dei sintomi, delle case abbandonate”.
Oggi quel trauma sopravvive nel silenzio e nel verde. Il Bosco cresce sopra i veleni che dormono nelle loro vasche di cemento armato. Le radici delle querce affondano nei ricordi, e le foglie, ogni anno, tornano nuove.









