I Pfas sono responsabili (anche) di forme più gravi di covid

PFAS
Coronavirus. COVID-19. 3D Render

Livelli elevati di un composto PFAS sono stati associati a forme più gravi di Covid-19. E’ la conclusione di uno studio danese, attualmente in fase di revisione,  che ha coinvolto 323 pazienti infetti dal coronavirus. I malati che avevano livelli elevati di PFBA avevano più del doppio delle probabilità di sviluppare una forma grave della malattia. Il PFBA fa parte di una classe di composti industriali che ha contaminato il suolo, l’acqua e il cibo in tutto il mondo. È stato presentato come relativamente sicuro perché rimane nel sangue umano per molto meno tempo rispetto ad alcuni degli altri composti della classe ed è una molecola più corta. Ma – e questa potrebbe essere la spiegazione alla base della ricerca – tendono ad accularsi nei polmoni.

Lo studio di Grandjean ha coinvolto 323 pazienti con Covid-19, 215 dei quali sono stati ricoverati in ospedale. I ricercatori hanno analizzato il sangue di questi pazienti per la presenza di cinque composti PFAS e hanno scoperto che solo l’acido perfluorobutanoico, o PFBA, era associato alla gravità della malattia. Più della metà di quelli gravemente malati di Covid-19 aveva livelli elevati di PFBA nel plasma, mentre meno del 20% di quelli con malattia lieve aveva livelli elevati della sostanza chimica.

I Centers for Disease Control and Prevention non includono PFBA nella sua sorveglianza dei livelli ematici di vari composti PFAS. Ma è chiaro che la sostanza chimica è sia diffusa che particolarmente elevata in alcune aree.  Ed è stato trovato negli alimenti, inclusi ravanelli, piselli, pomodori e lattuga. PFBA è utilizzato nell’elettronica; abbigliamento, compresi indumenti esterni resistenti all’acqua; equipaggiamento protettivo per personale medico e vigili del fuoco, come camici chirurgici; schiuma antincendio; tappeti; lucido per pavimenti; attrezzatura da laboratorio; trattamento della pelle; imballaggi alimentari; cosmetici, comprese lozioni e fondotinta per il corpo, correttori, ombretti, ciprie; e lubrificanti per biciclette, secondo un documento pubblicato di recente sugli usi precedentemente sconosciuti delle sostanze chimiche. Insomma, la presenza di queste sostanze non è solo un episodio che ha turbato (e continua a turbare) le mamme NoPfas del Veneto che lo hanno trovato a livelli molto alti nel loro sangue e in quello dei propri figli per uno degli inquinamenti più gravi della nostra storia, quello della fabbrica Miteni.

Secondo il Minnesota Department of Health, che ha fissato un limite di sicurezza per la sostanza chimica, il PFBA causa cambiamenti nel fegato e nella tiroide, oltre a una diminuzione dei globuli rossi, una diminuzione del colesterolo e l’apertura ritardata degli occhi negli esperimenti sugli animali. Alla richiesta di commento, 3M (che produce la sostanza) ha fatto sapere che “le prove scientifiche disponibili non supportano una relazione causale tra l’esposizione a PFAS e gli esiti sulla salute di COVID-19”.

Non è la prima volta che i Pfas vengono messi in relazione al covid: qualche settimana fa una ricerca della Harvard School of Public Health aveva avanzato un sospetto pesantissimo. Secondo lo studio, infatti,  la concentrazione di Pfas nell’organismo potrebbe depotenziare il tanto atteso effetto del vaccino Covid.