Il Parlamento Ue contro la soia Ogm: aumenta la deforestazione in Brasile

SOIA OGM

È ancora braccio di ferro tra il Parlamento e la Commissione europea: gli europarlamentari chiedono ancora una volta all’esecutivo di non autorizzare l’immissione in commercio di prodotti contenenti, costituiti od ottenuti a partire da soia Ogm SYHT0H2 (SYN-ØØØH2-5).

In un testo approvato l’11 novembre, il Parlamento europeo, tra le altre cose, chiede alla Commissione di “ritirare il progetto di decisione di esecuzione” in quanto non garantisce “un elevato livello di tutela della vita e della salute umana, della salute e del benessere degli animali, dell’ambiente e degli interessi dei consumatori in relazione agli alimenti e ai mangimi geneticamente modificati, garantendo nel contempo l’efficace funzionamento del mercato interno”. Allo stesso tempo, gli eurodeputati ribadiscono “l’appello alla Commissione affinché cessi di autorizzare gli OGM, sia ai fini di coltivazione sia di alimentazione umana e animale, nei casi in cui non è espresso alcun parere da parte degli Stati membri nel comitato di appello, a norma dell’articolo 6, paragrafo 3, del regolamento (UE) n. 182/2011”.

In effetti, chi ha memoria sa che non è la prima volta che va in scena lo scontro tra le due istituzioni europee sugli organismi geneticamente modificati. Solo il 2 ottobre scorso, infatti, la Commissione ha approvato – contraddicendo una risoluzione del Parlamento europeo del 14 maggio scorso in cui si chiedeva non procedere all’approvazione – l’importazione e la commercializzazione nell’Ue di una varietà di soia transgenica della Bayer, destinata a cibi e mangimi.

Tra le motivazioni per cui il Parlamento non è d’accordo all’autorizzazione c’è anche la preoccupazione per il fatto che l’elevata dipendenza dell’Ue dalle importazioni di mangimi sotto forma di semi di soia causa deforestazione in paesi terzi. Il riferimento è al Brasile e all’Argentina dove, rispettivamente il 97% e il 100% della soia coltivata è geneticamente modificata.

Il pericolo soia Ogm in Amazzonia

A questo aspetto il Salvagente aveva dedicato un lungo reportage di Francesco De Augustinis. Ne ripubblichiamo uno stralcio.

Itaituba è un piccolo centro abitato lungo il Rio Tapajos, un affluente del Rio delle Amazzoni. Siamo in Parà, nel cuore della foresta Amazzonica. La cittadina è chiamata un centro di “garimpo”, un termine che indica lo sfruttamento delle risorse della foresta, perché qui tutti gli abitanti lavorano in qualche modo ad attività legate all’estrazione delle materie prime dal territorio. La cittadina si stende su una strada di terra battuta lungo il corso del fiume. Sulla sponda opposta sorge un immenso terminale portuale che appartiene alla multinazionale Bunge: file di silos, alti decine di metri, che si affacciano sul fiume. In questo posto, nella stagione del raccolto, arrivano ogni giorno decine di camion carichi di soia che hanno attraversato la foresta. La soia viene travasata nei container, per essere caricata di nuovo su imbarcazioni per raggiungere i grandi porti del Brasile ed essere esportata.
Terminali portuali come questi sono in tantissimi altri “nodi” in Amazzonia, lungo i fiumi e le principali reti stradali. “In Amazzonia, nelle parti più basse dell’Amazzonia, c’è un aumento della produzione di soia”, racconta Stefano Liberti, che proprio all’avanzata incontrollata della soia in Amazzonia e nel Cerrado brasiliano ha dedicato il documentario Soyalism (2018). “C’è una fortissima crescita di terminali per l’esportazione della soia proprio lungo il Rio delle Amazzoni, dove tutte le grandi industrie di commercializzazione, da Cargill alla Bunge e a alla Maggi brasiliana, stanno costruendo terminali portuali da cui farla uscire per imbarcarla nei porti del Sud del paese”.

La seconda causa di deforestazione

La coltivazione di soia è considerata la seconda causa di deforestazione in Amazzonia, subito dopo i pascoli. Nel 2009 una “moratoria sulla soia” ha limitato la nascita di nuove coltivazioni in zone appena deforestate. Un accordo con un’efficacia limitata. L’effetto indiretto è stato spostare la produzione verso il Cerrado, altro ecosistema brasiliano a ridosso dell’Amazzonia, che ha già perso il 43% della vegetazione originale. Secondo il Wwf, “nel Cerrado vive circa il 5% di tutte le specie viventi del pianeta”: un patrimonio di biodiversità andato in fumo in un decennio. Inoltre la moratoria non ha risolto il problema originale: la soia continua a espandersi anche nella regione amazzonica, utilizzando terreni deforestati per altri usi. “Gli incendi in Brasile e in Bolivia servono a pulire la terra dalla vegetazione per fare spazio ai pascoli”, sostiene Glenn Hurowitz, direttore di Mighty Earth, Ong americana che contrasta la deforestazione. “Subito dopo i grandi allevatori spostano il bestiame nelle terre appena deforestate e arrivano nuove piantagioni di soia, venduta a multinazionali come Cargill”.
Per spostare il raccolto dai campi nel Sud dell’Amazzonia fino ai terminali sui grandi fiumi, poi, servono nuove strade e ferrovie. Infrastrutture che stanno proliferando in Amazzonia, ma che portano con sé nuove strade illegali: “Se guardi la strada Santarem-Cuiabà, oppure la Transamazzonica, vedrai che sembrano una lisca di pesce. In entrambe le direzioni, in un raggio di 30-40 km hanno deforestato”, afferma padre Edilberto Sena, leader del Movimento Tapajos Vivo.

Cina ed Europa le destinazioni

Dove finisce questa soia? Principalmente in Cina, poi in Europa. Secondo l’Ong Fern, insieme alla soia “nel 2015 l’Europa ha importato circa 73mila ettari di deforestazione illegale”.
“La soia è uno dei pilastri del made in Italy”, racconta Paolo Marchesini, presidente di Assosementi. “Il 10% della soia nazionale circa va al consumo umano, il restante 90% va all’alimentazione zootecnica. Un animale oggi ha bisogno di proteine e di energia. L’energia, banalmente, è il cereale; la proteina è la soia”. È insomma un ingrediente imprescindibile dei mangimi destinati agli allevamenti intensivi, su cui si basano tutte le produzioni di insaccati e formaggi del Made in Italy: “Quando parliamo di zootecnia stiamo parlando di latte, formaggi, carne, prosciutti, insaccati… una fetta molto grossa del made in Italy”, afferma Marchesini.
In Italia sono allevati ogni anno 5,5 milioni di bovini e 8,7 milioni di suini, prevalentemente destinati alle Dop, come Prosciutto di Parma, San Daniele o Parmigiano Reggiano. Animali che vivono in allevamenti intensivi e si basano sulla soia. Per questo nel 2018 l’Italia ne ha importata 267mila tonnellate dal Brasile e 114mila tonnellate dal Paraguay. Il peso sull’import di soia è legato anche alle eccellenze di Indicazione geografica protetta, Igp, come la Mortadella di Bologna o il Prosciutto di Norcia. Anche per questo l’Italia è un forte importatore di carne di suino: nel 2018 ad esempio è stata il massimo importatore europeo di carne di maiale dalla Germania (341mila tonnellate), che a sua volta è uno dei principali acquirenti europei di soia brasiliana.