
Una lettrice madre e lavoratrice del settore testimonia una vita familiare resa impossibile dai turni. È davvero necessario che il commercio alimentare sia un servizio continuo e i supermercati aperti la domenica siano considerati normali? Si chiede. Una questione di nuovo d’attualità
“Vi scrivo come cittadina, come madre e come lavoratrice del reparto gastronomia di un supermercato”. La lettera arriva in redazione con una richiesta semplice e radicale insieme: tornare a chiudere nei giorni festivi. La firmataria vuole restare anonima, ma la sua storia è tutt’altro che individuale.
“Scrivo perché sento il dovere di dare voce a una realtà che spesso chi consuma o chi legifera non vede: quella di una vita familiare fatta a pezzi dalla liberalizzazione selvaggia degli orari. Da quando la legge è cambiata, la mia vita nei festivi è stata cancellata”.
La lettrice ci racconta di turni di quasi dieci ore la domenica, di figli lasciati a casa, di una famiglia che non condivide più un giorno comune. Racconta anche la fatica fisica, il rischio di lavorare stanchi tra affettatrici e forni accesi, con personale ridotto.
“Preparare il cibo per le tavole degli altri mentre la mia resta vuota è un paradosso che non possiamo più accettare. Chiedo che mi venga restituito il diritto di essere madre e moglie, perché la dignità di un lavoratore non può essere in vendita 365 giorni l’anno”.
La sua domanda è netta: è davvero indispensabile che il commercio alimentare funzioni come un servizio continuo? E se lo è, perché questo modello non vale per asili, scuole, uffici pubblici, servizi pensati proprio per sostenere la vita familiare di chi lavora? Ci sono lavoratori di serie A e serie B? “Siamo cittadini con gli stessi doveri, ma a quanto pare con molti meno diritti”, conclude la lettera.
La questione non è nuova. La liberalizzazione degli orari nel commercio al dettaglio risale al decreto “Salva Italia” del 2011, che ha rimosso i vincoli su aperture domenicali e festive. Da allora la domenica, per una parte crescente di lavoratori, è diventata un giorno come un altro. Ma a differenza di sanità o trasporti, il lavoro festivo nel commercio non risponde a un’esigenza vitale: risponde a un modello competitivo, in cui restare aperti è spesso una scelta obbligata per non perdere quote di mercato.
I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. Secondo Eurostat, quasi un terzo dei lavoratori italiani dichiara di lavorare abitualmente nel fine settimana, una delle percentuali più alte in Europa. Nel commercio organizzato la quota è ancora più elevata: diverse rilevazioni indicano che la grande maggioranza degli addetti è coinvolta nel lavoro domenicale, con una forte presenza femminile. È un dato che dialoga direttamente con la lettera della lettrice: la domenica lavorativa non è neutra, colpisce soprattutto chi si occupa di cura e famiglia.
A rafforzare questa lettura ci sono anche gli ultimi dati Istat. Le ore lavorate continuano a crescere (+2,3%), mentre la produttività del lavoro diminuisce (-1,9 %). È un segnale chiaro di inefficienza: nella grande distribuzione si tengono i punti vendita aperti più a lungo, con costi sempre più alti, senza che questo si traduca in un aumento delle vendite. Si lavora di più per vendere le stesse merci – spesso meno – e l’allungamento degli orari non produce benefici né per le imprese né per i lavoratori. In un contesto di redditi stagnanti, l’idea che più offerta generi automaticamente più domanda mostra tutti i suoi limiti.
Posizioni diverse
Su questo punto i sindacati tornano a farsi sentire. La Filcams Cgil da anni chiede di rimettere mano alla liberalizzazione degli orari, denunciando un peggioramento strutturale della conciliazione vita-lavoro e una normalizzazione del lavoro festivo che scarica i costi sociali sulle lavoratrici e sui lavoratori. La campagna “La festa non si vende” insiste proprio su questo: non è il consumo a dover dettare il tempo della vita quotidiana.
Anche la UilTuCS, il sindacato di categoria della Uil, ha preso posizione, sottolineando che ogni discussione su riduzioni o rimodulazioni delle aperture deve andare di pari passo con tutele reali: volontarietà del lavoro festivo, maggiorazioni salariali effettive, organizzazione dei turni che non trasformi la domenica in un obbligo permanente. Il punto, per entrambe le sigle sindacali, non è tornare a un passato idealizzato, ma riconoscere che l’attuale assetto produce diseguaglianze e stress occupazionale.
Lo zampino della tecnologia
Il tema si intreccia con un altro processo in corso nella grande distribuzione: l’automazione. Casse self-service, sperimentazioni di punti vendita “senza personale”, aperture prolungate con organici ridotti. La tecnologia viene spesso presentata come soluzione neutra, ma nella pratica rischia di diventare un modo per coprire turni sempre meno appetibili, comprimendo ulteriormente il lavoro umano nei momenti più critici.
Dietro la retorica del “servizio al consumatore” emerge una questione politica e sociale: la domenica come bene comune, non mera estensione delle logiche di mercato. La provocazione lanciata dalle Coop di tornare a chiudere nei festivi non è solo simbolica, ma si basa su calcoli economici: secondo l’Ufficio studi del sistema cooperativo, aprire i supermercati sei giorni alla settimana potrebbe generare risparmi cumulati tra 2,3 e 2,6 miliardi di euro per l’intera Gdo, in gran parte attraverso la riduzione del costo del lavoro festivo, e potenzialmente tradursi in benefici per i consumatori. La proposta non nasce in un vuoto: la Gdo attraversa un momento di pressione sui margini e sui consumi. Secondo analisi di mercato, la capacità di spesa delle famiglie resta sotto stress e molti consumatori si dichiarano intenzionati a contenere i consumi e rinviare acquisti non essenziali.
In questo contesto, i costi del lavoro nei festivi – con maggiorazioni che possono arrivare oltre il 30-40% – pesano non solo sulle retribuzioni, ma anche sui bilanci delle imprese, e alimentano la riflessione su quanto sia sostenibile un modello di apertura permanente.
Le reazioni
La proposta di chiusura domenicale ha suscitato reazioni polarizzate. Per alcune associazioni di famiglie e parti dei sindacati essa rispecchia una preoccupazione per la coesione sociale e la conciliazione dei tempi di vita, mettendo al centro la qualità del tempo condiviso dai nuclei familiari e la dignità delle condizioni di lavoro. Per altri – a cominciare dalle associazioni di categoria della distribuzione moderna – l’idea è vista come anacronistica o addirittura rischiosa, con il timore che un regime di chiusure possa penalizzare occupazione, competitività e accesso ai servizi, soprattutto in contesti urbani e per categorie di consumatori che fanno leva sulla flessibilità di orario.
La domanda della lettrice resta sul tavolo: se il supermercato deve essere sempre aperto, chi paga il prezzo di questa scelta – non solo in termini economici, ma in termini di qualità della vita e diritti dei lavoratori? Un tempo condiviso che oggi, per una parte crescente di lavoratori del commercio, non esiste più. Non per salvare vite – come nel caso di servizi essenziali – ma per vendere salumi, pane e promozioni. Forse è proprio da qui, da una lettera arrivata in redazione, che vale la pena ripartire per chiedersi se questo modello sia davvero inevitabile o se, dopo quindici anni, non sia il caso di rimetterlo in discussione.






