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Matcha assolto in analisi: sui fluoruri nessun allarme

Dopo le criticità emerse sull’alluminio, un’indagine del laboratorio pubblico di Stoccarda restituisce un quadro in questo caso rassicurante: nei 13 campioni analizzati, il contenuto di fluoruro non desta preoccupazione con un consumo abituale. Anche il prodotto con il valore più alto va valutato considerando l’intera dieta

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Matcha assolto in analisi: sui fluoruri nessun allarme

Dopo le criticità emerse sull’alluminio, un’indagine del laboratorio pubblico di Stoccarda restituisce un quadro in questo caso rassicurante: nei 13 campioni analizzati, il contenuto di fluoruro non desta preoccupazione con un consumo abituale. Anche il prodotto con il valore più alto va valutato considerando l’intera dieta.

Questa volta dal laboratorio arriva una notizia rassicurante per il matcha. Il tè verde in polvere, finito più volte sotto osservazione per il contenuto di alluminio, supera senza particolari allarmi un nuovo controllo dedicato ai fluoruri. A condurlo è il CVUA di Stoccarda, laboratorio pubblico tedesco che ha esaminato 13 campioni: secondo i ricercatori, per i prodotti analizzati un consumo abituale non dà motivo di preoccupazione.

Un esito diverso da quello delle indagini sull’alluminio, di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi. Nel confronto di Öko-Test su 18 matcha biologici, alcuni prodotti erano stati penalizzati per quantità del metallo considerate problematiche in rapporto al consumo regolare. Qui, invece, i risultati portano a ridimensionare i timori. Con una precisazione: l’indagine riguarda i fluoruri e non cancella le criticità emerse su altre sostanze.

Che cosa hanno trovato nei 13 campioni

Nella maggior parte dei matcha esaminati, il laboratorio ha misurato da 0,2 a 0,4 milligrammi di fluoruro per una porzione di 2 grammi di polvere. Un solo campione si è distinto nettamente dagli altri, arrivando a 1 milligrammo per porzione: una quantità da due volte e mezzo a cinque volte superiore.

Il dato più alto, però, non basta da solo a rendere un prodotto preoccupante per la salute. Per interpretarlo occorre confrontare l’apporto della bevanda con i riferimenti sanitari e, soprattutto, con quanto fluoruro si assume complessivamente durante la giornata.

Per i calcoli, i tecnici hanno considerato una preparazione con 2 grammi di matcha in 100 millilitri d’acqua, sulla base delle indicazioni riportate sulle confezioni. È la quantità di polvere utilizzata, dunque, a determinare l’apporto: una tazza più abbondante d’acqua, a parità di matcha, non lo riduce.

Una porzione e il riferimento dell’Efsa

Nel 2025 l’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha fissato un livello di assunzione sicuro di fluoruro pari a 3,3 milligrammi al giorno, applicabile alle donne in gravidanza, agli altri adulti e ai bambini sopra gli 8 anni. Il valore riguarda l’assunzione complessiva dalle diverse fonti.

Rispetto a questo riferimento, una porzione dei matcha con valori compresi tra 0,2 e 0,4 milligrammi apporta circa il 6–12% del livello giornaliero. Il campione con il contenuto più elevato arriva invece a circa il 30%.

Sono proporzioni che aiutano a capire perché il laboratorio non lanci un allarme. Ma il confronto non equivale a stabilire quante tazze si possano bere ogni giorno: il resto dell’alimentazione contribuisce all’esposizione e più porzioni fanno aumentare l’apporto.

Perché il matcha merita un controllo

La domanda dei ricercatori nasce da una caratteristica della bevanda. Con il tè tradizionale si prepara un infuso e poi si eliminano le foglie. Con il matcha, invece, si consuma la foglia finemente macinata, insieme alle sostanze che contiene.

Il fluoruro è naturalmente presente in diversi alimenti e bevande, tra cui il tè verde e quello nero. Trovarlo nel matcha, quindi, non è di per sé il segnale di una contaminazione anomala.

Anche i suoi effetti dipendono dalla dose: in quantità adeguate contribuisce alla salute dentale, mentre un’assunzione elevata e prolungata può provocare conseguenze indesiderate, come la fluorosi scheletrica. Nei bambini, durante lo sviluppo dei denti, assume particolare rilievo la fluorosi dentale.

Conta quello che si assume nell’intera giornata

Il matcha è soltanto una delle possibili fonti. Al totale contribuiscono anche l’acqua potabile, altri tè, gli alimenti e il sale fluorurato, dove utilizzato.

Su questo punto restano lacune conoscitive. Il laboratorio ricorda che in Germania non sono attualmente disponibili dati precisi sull’assunzione di fluoruro da parte della popolazione. Il BfR, l’Istituto federale tedesco per la valutazione dei rischi, sta elaborando stime attraverso lo studio MEAL, che analizza gli alimenti nelle condizioni in cui vengono effettivamente consumati.

Il messaggio dei ricercatori è quindi di considerare l’esposizione complessiva, soprattutto per chi consuma quantità molto elevate di matcha.

Un risultato rassicurante, con limiti precisi

L’“assoluzione”, questa volta, riguarda il contenuto di fluoruri nei campioni esaminati e nelle condizioni di consumo considerate dal laboratorio. Gli stessi autori precisano che i 13 prodotti non costituiscono un campione rappresentativo del mercato: altre confezioni o altri lotti potrebbero contenere quantità differenti.

Il risultato resta comunque chiaro: per un consumo abituale dei matcha analizzati, il CVUA non ravvisa motivi di preoccupazione legati ai fluoruri. Dopo le criticità sull’alluminio, è una buona notizia per chi apprezza il tè verde in polvere. Senza trasformarla in un invito a moltiplicare le tazze.

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