Il colore è quello del benessere, ma per sapere cosa contiene davvero il matcha bisogna andare oltre la polvere verde brillante. Il nuovo test della rivista tedesca ÖKO-TEST su 18 prodotti, tutti biologici, restituisce un quadro in buona parte positivo: molti ottengono il giudizio “ottimo”. In alcuni, però, le analisi rilevano quantità di alluminio e componenti degli oli minerali sufficienti a far scendere la valutazione.
È soprattutto l’alluminio a riportare l’attenzione su una criticità già emersa nelle indagini di cui il Salvagente si è occupato nei mesi scorsi. Il nuovo confronto conferma che la certificazione biologica, da sola, non mette al riparo da un metallo che la pianta può assorbire naturalmente dal terreno.
Il test: tutti biologici, ma con risultati diversi
Per la sua indagine, pubblicata online il 23 ottobre e destinata al numero di novembre 2026, ÖKO-TEST ha acquistato 18 matcha, scegliendo quando possibile una fascia qualitativa intermedia. I prezzi, rapportati a 100 grammi, vanno da 17,98 a 79,67 euro.
L’alluminio è stato trovato in tutti i campioni, prevalentemente in quantità contenute. Alcuni prodotti, tuttavia, presentano concentrazioni che la rivista considera problematiche in relazione a un consumo abituale.
Il calcolo riguarda una persona di 60 chili che beva ogni giorno due tazze dei matcha penalizzati: nell’arco della settimana, il solo tè apporterebbe più della metà della dose settimanale tollerabile indicata dall’Efsa. Aumentare le tazze o usare più polvere significa far crescere ulteriormente l’esposizione.
Il punto decisivo è che il matcha non è l’unica fonte di alluminio nella dieta. Il BfR, l’Istituto federale tedesco per la valutazione del rischio, ricorda che la maggior parte della popolazione assume mediamente già attraverso gli alimenti circa metà della quantità settimanale tollerabile. Il contributo di una bevanda consumata ogni giorno può quindi pesare sul totale.
Perché nel matcha conta anche la foglia
La differenza rispetto al tè preparato per infusione è nella tazza. Con il matcha si beve la polvere ottenuta macinando le foglie: si ingerisce quindi l’intero materiale vegetale, insieme alle sostanze che contiene. Nel tè tradizionale, invece, una parte dell’alluminio rimane nelle foglie che vengono scartate.
L’Efsa ha fissato per l’alluminio una dose settimanale tollerabile di un milligrammo per chilogrammo di peso corporeo: per un adulto di 60 chili corrisponde a 60 milligrammi alla settimana, considerando tutte le fonti alimentari. È un riferimento per valutare l’esposizione prolungata, non un limite di concentrazione del singolo prodotto né una soglia di intossicazione immediata.
La preoccupazione riguarda soprattutto l’assunzione elevata e continuativa. Nella sua valutazione sul matcha, il BfR richiama i possibili effetti a lungo termine sul sistema nervoso, sullo sviluppo delle ossa e sulla capacità riproduttiva, precisando anche i limiti dei dati disponibili per una valutazione generale di questa bevanda.
I precedenti: da Stoccarda al test francese
Il segnale non arriva per la prima volta. A gennaio avevamo raccontato l’indagine del laboratorio pubblico CVUA di Stoccarda, condotta su undici matcha. Nei nove campioni esaminati per l’alluminio, le concentrazioni andavano da 512 a 2.085 milligrammi per chilogrammo, con una media di 1.112. I tecnici avvertivano che il consumo regolare dei prodotti più contaminati poteva portare a raggiungere o superare la dose settimanale tollerabile. (CVUA)
A settembre era arrivato il confronto francese di Que Choisir: alluminio presente in tutti e sette i prodotti analizzati e, in quattro casi, superamento del valore di riferimento sanitario dell’Anses, più restrittivo di quello europeo.
I risultati vanno letti tenendo distinti campioni, dosi considerate e criteri di valutazione. Il filo comune, però, è chiaro: per valutare l’esposizione non basta sapere che il metallo è presente. Servono la concentrazione, la quantità di polvere utilizzata e la frequenza di consumo.
Anche gli oli minerali penalizzano alcuni prodotti
Nel nuovo test tedesco non c’è soltanto l’alluminio. ÖKO-TEST segnala anche alcuni matcha penalizzati per il contenuto di MOSH, gli idrocarburi saturi degli oli minerali.
Queste sostanze possono accumularsi nel tessuto adiposo e in organi come fegato e milza, con conseguenze ancora da chiarire. Secondo la rivista, una possibile via di contaminazione è il contatto delle foglie o della polvere con lubrificanti impiegati durante la raccolta e la lavorazione meccanica. È una possibile origine, non una causa accertata per ciascun campione.
La tradizione e le promesse di salute
Come abbiamo raccontato nel nostro articolo “Il matcha, vittima di un successo planetario”, dietro la bevanda resa popolare dai social c’è una lavorazione complessa: ombreggiatura delle piante, trattamento al vapore, essiccazione, eliminazione di piccioli e nervature e macinazione finissima.
Il matcha contiene catechine, sostanze dalle proprietà antiossidanti, e L-teanina, studiata anche per i possibili effetti su stress e attenzione. Ma la presenza di questi composti non dimostra automaticamente che berlo faccia dimagrire o prevenga tumori, malattie cardiovascolari e Alzheimer. ÖKO-TEST sottolinea proprio la scarsità delle prove sui benefici attribuiti alla bevanda.
Resta inoltre la caffeina, che può essere presente in quantità elevate: la rivista sconsiglia il matcha ai bambini e invita alla moderazione in gravidanza.

