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Il report di Terra!: così la crisi climatica piega l’agricoltura e spinge le aziende ad aggirare i diritti

Un rapporto di Terra! ed EStà lancia l'allarme: senza interventi urgenti, entro il 2050 le perdite agricole italiane potranno superare i 30 miliardi l'anno. E il caldo estremo spinge le aziende più fragili a comprimere i salari e aggirare le tutele. In Puglia la vendemmia più precoce di sempre, i raccoglitori di pomodori spostati di notte

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Il report di Terra!: così la crisi climatica piega l’agricoltura e spinge le aziende ad aggirare i diritti

 

Sedici lavoratori agricoli morti di caldo in Italia tra giugno e agosto 2026. Tra loro Gheorghe Marian Burjan, diciannove anni, deceduto a Stagno Lombardo in provincia di Cremona, e Tahar El Haddad, 55 anni, colto da malore fatale durante la raccolta di angurie a Borgocarbonara in provincia di Mantova. I dati sono del monitoraggio sindacale della Flai Cgil e aprono il nuovo rapporto “Il cibo scotta – Gli effetti della crisi climatica su lavoro, agricoltura e filiere”, pubblicato oggi da Terra! ed EStà – Economia e Sostenibilità, che per la prima volta mette insieme in un’unica analisi l’impatto del riscaldamento climatico sulle imprese agricole e sulle condizioni di chi lavora la terra.

Il lancio del rapporto coincide con le manifestazioni di agricoltori e autotrasportatori nel Mezzogiorno contro il caro gasolio e la bassa redditività della filiera. Un segnale che, secondo gli autori, non è casuale: la crisi climatica si abbatte su un settore già in difficoltà strutturale.

I numeri delle perdite future

I dati economici raccolti dal Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici e dal Piano Nazionale di Adattamento sono impietosi. In assenza di interventi urgenti, entro il 2050 il calo della produzione agricola italiana è stimato in 12,5 miliardi di euro l’anno nello scenario più ottimistico, e supera i 30 miliardi in quelli più severi. Il valore dei terreni agricoli potrebbe scendere, entro fine secolo, tra gli 87 e i 162 miliardi di euro negli scenari pessimistici. Ma il prezzo più immediato, sottolinea il rapporto, si sta già scaricando sulla forza lavoro.

Il caldo come moltiplicatore dello sfruttamento

Il calo delle rese e della redditività aziendale spinge le imprese più fragili a comprimere il costo del lavoro: paghe orarie ridotte, contratti precari, ricorso al cottimo. Una pressione che accentua lo sfruttamento di lavoratori vulnerabili, migranti e stagionali, disposti ad accettare turni gravosi sotto il sole pur di assicurarsi un reddito minimo.

A dieci anni esatti dall’approvazione della legge anticaporalato (legge n. 199/2016), il quadro si complica. “Se un decennio fa la normativa si concentrava opportunamente sull’impianto sanzionatorio penale e sul contrasto all’intermediazione illecita, oggi la crisi climatica agisce come un formidabile moltiplicatore dello sfruttamento dei lavoratori“, dichiara Fabio Ciconte, presidente di Terra!. “Le stagioni instabili e i margini aziendali ristretti rischiano di rendere l’elusione delle tutele una prassi conveniente per la sopravvivenza stessa delle aziende più fragili. La sfida al caporalato non può più essere articolata solo con strumenti giudiziari e di vigilanza, ma deve integrarsi strutturalmente con politiche di transizione ecologica e con politiche di redistribuzione del valore lungo la filiera.”

La Puglia: vendemmia ad agosto, raccolta di notte

Nel 2026 il territorio pugliese ha registrato perdite localizzate sui raccolti dal 50% al 60% nelle aree del tarantino e del brindisino e nel 2025 rispetto al 2023 un calo strutturale di 4mila ettari coltivati a pomodoro da industria a causa della siccità secondo l’ARIF (Agenzia regionale attività irrigue e forestali della Puglia)

Per evitare che il pomodoro si deteriori sui nastri trasportatori sotto il sole, nel Tavoliere si sta spostando la raccolta in piena notte, dalle 22 alle 9 del mattino. Ma il rapporto mette a nudo l’inefficacia parziale delle ordinanze anti-caldo: nei contesti dominati dal cottimo, i lavoratori vengono indotti ad aumentare l’intensità dello sforzo fisico nelle ore di divieto pur di salvaguardare il salario giornaliero.

“Fino a 10-15 anni fa, quando le lavoratrici raccoglievano il broccolo con le gelate mattutine, veniva acceso un fuoco in un carretto che riscaldava la serra. Oggi il carretto è scomparso“, racconta Nunzio, agricoltore di Ostuni.

Le proposte del rapporto

Terra! ed EStà chiedono interventi su più livelli. Sul piano normativo, le attuali ordinanze anti-caldo, spesso emanate a stagione già iniziata e prive di controlli stringenti, vanno sostituite da regole stabili e vincolanti. Sul piano dei diritti, occorre regolare il lavoro notturno senza farne la norma, garantire le maggiorazioni contrattuali e riconoscere il diritto di astenersi dal lavoro in caso di rischio grave o superamento dei limiti termici, estendendo queste tutele anche a migranti e stagionali. Sul piano sistemico, la futura Politica agricola comune dovrebbe sostenere le pratiche agroecologiche come misure di adattamento. Infine, grande distribuzione e industria dovrebbero riconoscere nei prezzi e nei contratti di fornitura i costi aggiuntivi che le aziende agricole sostengono a causa del clima, senza scaricarli sui produttori, sui lavoratori o sul carrello della spesa.

“La velocità e l’imprevedibilità di tali fenomeni rendono insufficiente la naturale capacità di adattamento di agricoltori e allevatori”, avverte Francesca Federici, ricercatrice di EStà. “Per far fronte agli impatti dei cambiamenti climatici sul settore agricolo servono politiche e contributi pubblici.”

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