Creme per il viso, profumi, lozioni per il corpo e altri prodotti della routine quotidiana potrebbero contribuire all’esposizione a sostanze chimiche potenzialmente problematiche durante la gravidanza. A riaccendere l’attenzione è uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Inserm francese e dell’Università Grenoble Alpes, in collaborazione con il Cnrs, il Centro ospedaliero universitario di Grenoble e l’Università di Granada, in Spagna. La ricerca, pubblicata qualche giorno fa sulla rivista scientifica Environmental Health Perspectives, ha individuato un’associazione tra l’esposizione prenatale a un insieme di ftalati e bisfenoli e punteggi più bassi nei test del quoziente intellettivo dei bambini a 3 anni.
Lo studio su 380 madri e bambini
I ricercatori hanno seguito 380 coppie madre-bambino, analizzando campioni di urina raccolti ripetutamente per misurare l’esposizione a 26 sostanze chimiche, tra cui phtalati, bisfenoli e parabeni. Il QI dei bambini è stato valutato a 3 anni attraverso un test standardizzato condotto da un neuropsicologo. Nell’analisi sono stati considerati anche altri fattori che possono influenzare lo sviluppo cognitivo, come il livello di istruzione dei genitori e la durata dell’allattamento.
Partendo dalle conoscenze scientifiche già disponibili, i ricercatori hanno individuato sei sostanze prioritarie: i bisfenoli A e S e quattro ftalati, identificati con le sigle DEHP, DEP, DnBP e DiBP. L’attenzione si è concentrata soprattutto sull’esposizione durante il terzo trimestre di gravidanza, una fase delicata per lo sviluppo del feto.
Il risultato più significativo riguarda la combinazione delle sei sostanze. A un incremento di un livello dell’esposizione al loro insieme corrispondeva una riduzione media di 2,86 punti nel punteggio del QI dei bambini. Anche considerando separatamente i composti, quattro delle sei sostanze prioritarie mostravano un’associazione con punteggi inferiori.
Che cosa significa perdere quasi tre punti di QI?
Il dato non significa che ogni bambino esposto perda automaticamente 2,86 punti, né dimostra che siano stati i cosmetici a determinare gli effetti osservati. Si tratta di uno studio osservazionale, che evidenzia una correlazione statistica e non prova un rapporto diretto di causa-effetto. Inoltre, l’esposizione alle sostanze considerate può derivare da molte fonti, compresi gli alimenti, gli imballaggi e gli oggetti di uso quotidiano.
Gli autori sottolineano tuttavia che anche una variazione contenuta del punteggio medio può avere conseguenze rilevanti quando riguarda un’intera popolazione. Un piccolo spostamento della distribuzione dei punteggi cognitivi può infatti tradursi in un aumento del numero di bambini che incontrano maggiori difficoltà nello sviluppo e nell’apprendimento.
Ftalati e bisfenoli: dove si trovano
Ftalati e fenoli sono famiglie di composti chimici ampiamente presenti nell’ambiente. Alcuni sono utilizzati come plastificanti, per rendere più flessibili determinati materiali, altri come conservanti o ingredienti funzionali nelle formulazioni. Alcuni ftalati e bisfenoli sono inoltre riconosciuti o sospettati di interferire con il sistema endocrino, cioè con il sistema di regolazione ormonale dell’organismo.
L’esposizione può avvenire attraverso diverse vie: alimentazione, materiali a contatto con gli alimenti, plastiche e prodotti di uso quotidiano. Anche alcuni cosmetici possono rappresentare una fonte di contatto con queste sostanze. È quindi riduttivo attribuire il problema a una singola crema o a una particolare categoria di prodotti: il punto è l’esposizione complessiva a miscele di composti chimici.
Come ridurre l’esposizione durante la gravidanza
Secondo Claire Philippat, ricercatrice dell’Inserm e autrice dello studio, queste sostanze hanno il vantaggio di essere relativamente poco persistenti nell’organismo. Ridurre le fonti di esposizione potrebbe quindi contribuire a diminuire rapidamente le quantità assorbite.
Tra le misure suggerite dai ricercatori ci sono limitare l’uso non necessario di cosmetici e ridurre il consumo di alimenti confezionati in plastica, soprattutto quando vengono riscaldati direttamente nei contenitori. Sono precauzioni che puntano a diminuire il contatto con alcune fonti di contaminanti, senza pretendere di eliminare completamente l’esposizione.
Il messaggio, però, non dovrebbe trasformarsi nell’ennesima responsabilità scaricata sulle consumatrici. Non è possibile conoscere sempre la composizione di tutte le miscele chimiche a cui si è esposti né controllare ogni fonte presente nell’ambiente. Per gli autori, la leva più efficace resta quindi l’intervento normativo: limitare o vietare le sostanze di cui sia stata dimostrata la pericolosità, così da proteggere l’intera popolazione e non soltanto chi può modificare le proprie abitudini.
La ricerca aggiunge nuove evidenze al dibattito sugli effetti delle miscele chimiche sullo sviluppo infantile: l’esposizione a sostanze potenzialmente interferenti con il sistema endocrino merita attenzione, soprattutto nelle fasi più sensibili dello sviluppo, e richiede studi ulteriori e misure di prevenzione che coinvolgano anche produttori e autorità di controllo.

