Telemarketing selvaggio, perché le associazioni remano contro lo stop?

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Le attuali normative che hanno rallentato il telemarketing selvaggio comporterebbero problematiche per la concorrenza. È quanto sostiene una segnalazione inviata dall’Antitrust a Parlamento e governo, e partita da una denuncia di 7 organizzazioni tra cui – sorprendentemente – alcune dei consumatori che chiedono un allargamento delle maglie per i call center

Le attuali normative che hanno rallentato il telemarketing selvaggio comporterebbero problematiche per la concorrenza. È quanto sostiene una segnalazione inviata dall’Antitrust a Parlamento e governo, e partita da un denuncia di 7 organizzazioni tra cui – sorprendentemente – alcune dei consumatori che chiedono un allargamento delle maglie per i call center.

La norma contestata

Nello specifico, l’Autorità Antitrust ha deliberato l’invio di una formale segnalazione sulle modifiche per i contratti di energia elettrica e gas, introdotta nell’articolo 51 del Codice del consumo. Arriva a seguito della denuncia congiunta depositata lo scorso 14 luglio da sette organizzazioni rappresentative dei consumatori, del lavoro e delle imprese: AssoCall-Confcommercio, Assoutenti A.P.S., Codacons, Federazione iConsumatori, Federazione Nazionale UGL Terziario, Movimento Difesa del Cittadino APS e Associazione URT. A renderlo noto le stesse associazioni in una nota congiunta.

Il decreto bollette, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 18 aprile 2026, ha introdotto il comma 8 bis nell’articolo 51 del Codice del consumo. Questo prevede che “al fine di rafforzare la tutela dei clienti finali domestici e il loro diritto di scelta delle condizioni economiche, decorsi sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, è vietato effettuare sollecitazioni commerciali per telefono, anche mediante l’invio di messaggi a consumatori, finalizzate alla proposta o alla conclusione di contratti di fornitura di energia elettrica e gas”.

Il nuovo testo prevede inoltre che il professionista “può contattare il consumatore per telefono, anche mediante l’invio di messaggi, qualora vi sia stata una richiesta effettuata direttamente al professionista stesso attraverso interfacce informatiche di quest’ultimo oppure nel caso in cui il contatto sia stato effettuato nei confronti dei propri clienti di energia elettrica e gas che abbiano espresso specifico consenso a ricevere proposte commerciali. È onere del professionista dimostrare la validità del contatto”. Un testo che però ad oggi esclude le società di telecomunicazione.

Le distorsioni denunciate

Nel loro esposto, le organizzazioni sostengono che l’attuale formulazione dell’art. 51 (derivante dalla conversione del c.d. Decreto Bollette) produca gravi distorsioni.

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La prima è che restringerebbe la scelta dei consumatori perché impedirebbe di “ricevere e confrontare offerte alternative anche a chi ha liberamente manifestato consenso, favorendo la rendita di posizione degli operatori dominanti (incumbent) dotati di ampie banche dati storiche”. Colpisce questa affermazione, in quanto, qualsiasi consumatore in qualsiasi momento può chiamare il numero verde di un’azienda concorrente o della stessa compagnia che gli fornisce un servizio per chiedere se ci siano o meno offerte più vantaggiose di quella attuale. Non si rileva, da questo punto di vista un eventuale vantaggio nel ritornare dal meccanismo opt-in (l’utente dà un consenso esplicito preventivo) a quello opt-out (che dà la libertà ai call center di chiamare).

La seconda criticità, per le organizzazioni, è che la misura non ferma l’illegalità perché “colpisce e paralizza esclusivamente le aziende regolari, tracciabili e rispettose delle normative, lasciando paradossalmente campo aperto agli operatori abusivi e ai call center clandestini che continuano a operare indisturbati con numerazioni false o camuffate”. Anche qui: il fatto che ci sia chi violando la legge riesca ad aggirare le restrizioni non ha alcun relazione con il fatto che le restrizioni siano giuste o meno. È come se qualcuno chiedesse di allentare i controlli sui biologico solo perché esistono truffatori che si fingono produttori bio.

Il tema dell’occupazione

L’altra distorsione, secondo le organizzazioni, riguarda il tema dell’occupazione, specialmente al Sud. Per la forte contrazione dell’attività lungo la filiera dei contact center, comparto da 80 mila addetti, si stima la perdita di oltre 1.000 posti di lavoro in aree del Mezzogiorno storicamente depresse e con gravi difficoltà occupazionali (con focolai di crisi in piazze come Matera, Rende e Palermo), aggravata anche dal “ricorso indiscriminato all’Intelligenza Artificiale per la sostituzione del lavoro umano”. E questo è forse l’unico punto agganciato alla realtà. Ma la necessità di tutelare i lavoratori non può essere caricata sulle spalle dei cittadini che prima delle recenti restrizioni subivano anche 10-20 telefonate di marketing al giorno.

L’appello a governo e Parlamento

Le organizzazioni firmatarie rivolgono un appello formale a Governo e Parlamento affinché le indicazioni dell’Antitrust vengano tempestivamente recepite.

In particolare, i firmatari chiedono di “correggere l’art. 51 del Codice del consumo e di espungere ogni tentativo di estendere il medesimo regime restrittivo al comparto delle telecomunicazioni, stralciando sia l’ipotesi contenuta nel disegno di legge annuale sulla Concorrenza, sia l’Articolo 2 del Disegno di Legge n. 1942 attualmente in discussione questa settimana al Senato. Estendere le attuali distorsioni anche alla telefonia, in aperto contrasto con i rilievi dell’Antitrust, significherebbe dare il colpo di grazia alla concorrenza e all’occupazione regolare”. “L’obiettivo comune – concludono le associazioni – resta quello di costruire tutele che funzionino per davvero: contrasto rigoroso ai fenomeni di molestia e illegalità attraverso la tracciabilità e la responsabilità, salvaguardando al contempo un mercato trasparente, aperto alla concorrenza e accessibile ai consumatori e a tutte le imprese sane del Paese”.

Una denuncia che sa tanto di precedenza resa agli interessi dei grandi gruppi del settore dei servizi, piuttosto che a quelli dei consumatori.