Nucleare in Italia, il Senato approva la legge delega: ma i piccolo reattori sono un azzardo

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Il governo Meloni ottiene il via libera definitivo per riaprire le centrali nucleari e punta su una ventina di mini-reattori entro il 2036. Ma nel mondo occidentale non ne esiste ancora uno operativo. Intanto i cittadini pagano ancora in bolletta i costi del decommissioning delle vecchie centrali, che si concluderà solo nel 2052

Il Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge delega Pichetto sul nucleare, già passato dalla Camera. L’obiettivo è ridare all’Italia una normativa che consenta la riapertura delle centrali, chiuse dopo il referendum del 1987. Il provvedimento conferisce al governo la delega per emanare decreti attuativi su costruzione ed esercizio delle centrali, produzione di idrogeno tramite energia nucleare, gestione del combustibile esaurito, sicurezza e istituzione degli organi di controllo, entro dodici mesi dall’entrata in vigore, con altri 24 mesi per eventuali correttivi.

Ottenuto il via libera parlamentare, Giorgia Meloni e il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin puntano sugli Small Modular Reactors, i cosiddetti Smr. Il Piano nazionale integrato energia e clima e la Piattaforma per il nucleare sostenibile ipotizzano l’entrata in funzione dei mini-reattori entro il 2036, con l’obiettivo di installare almeno 7,6 gigawatt di potenza attraverso una ventina di impianti da 300-400 megawatt ciascuno. I reattori di quarta generazione (AMR) arriverebbero invece nel 2040. Peccato che questa tecnologia, nel mondo occidentale, non esista ancora.

Una tecnologia che non esiste

Gli unici reattori Smr attualmente in funzione si trovano in Russia e in Cina. Nel mondo occidentale non è operativo nessun impianto commerciale. Non si tratta di un dettaglio tecnico trascurabile: significa che l’Italia punterebbe su una tecnologia tutta da dimostrare, con tempi e costi ancora incerti, per centrare obiettivi energetici a dieci anni.

Sul fronte economico, la storia del nucleare racconta una traiettoria precisa: le centrali sono sempre cresciute di dimensioni proprio per abbattere i costi unitari dell’energia prodotta. Rimpicciolire i reattori rischia di invertire questa logica, facendo lievitare il costo per megawatt.

Gli esperti bocciano il progetto

Il giudizio degli esperti è netto. Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club e coautore con Giuseppe Onufrio del libro L’illusione nucleare e la rivoluzione delle rinnovabili, definisce la retorica sugli Smr “pura fantasia” e “infantile”, ricordando come le fonti rinnovabili abbinate ai sistemi di accumulo a batterie stiano registrando crolli di prezzo e velocità di sviluppo straordinarie. “Le grandi centrali nucleari che negli ultimi vent’anni si è tentato di costruire in Francia, Regno Unito, Stati Uniti e Finlandia hanno avuto risultati molto deludenti”, osserva Silvestrini, facendo riferimento a tempi raddoppiati o triplicati rispetto alle stime, costi moltiplicati fino a quattro volte.
Il consulente energetico Miguel Marroquin sottolinea che il nucleare richiede tempi lunghissimi, rischi finanziari enormi e ingenti sussidi pubblici, risultando del tutto antieconomico rispetto al solare e all’eolico.

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Non è la prima volta che la politica italiana agita lo spettro dei mini-reattori. Già nell’ottobre 2021, l’allora ministro Roberto Cingolani li aveva evocati come possibile soluzione energetica. All’epoca il Salvagente aveva definito quella mossa una “foglia di fico” politica, usata per giustificare il rinvio della transizione ecologica e difendere gli interessi del settore del gas.

Le scorie del passato ancora sulle spalle dei cittadini

Prima di parlare di nuove centrali, ci sarebbe un conto in sospeso da saldare: quello del vecchio nucleare italiano. A oltre 35 anni dalla chiusura dell’ultima centrale, quella di Caorso spenta nel 1990, i cittadini continuano a pagare centinaia di milioni di euro all’anno nelle bollette elettriche, tramite la voce A2 degli oneri di sistema, per finanziare la Sogin, la società pubblica incaricata dello smantellamento degli impianti. Il completamento del decommissioning è previsto solo per il 2052, con un costo stimato di 11,38 miliardi di euro. A questa cifra si aggiungono altri 1,5 miliardi necessari per realizzare il Deposito nazionale definitivo delle scorie.

Ma c’è un problema ancora più urgente. L’individuazione del sito per il Deposito nazionale resta bloccata dalla politica, mentre il 75% della radioattività nazionale è stoccato nel sito provvisorio Eurex di Saluggia, in provincia di Vercelli. Un’area ad altissima vulnerabilità ambientale: si trova nella zona di esondazione del fiume Dora Baltea e a soli 1,5 chilometri a monte dell’Acquedotto del Monferrato.

L’ipotesi di individuare una ventina di nuovi siti per ospitare gli Smr dovrà poi fare i conti con la resistenza dei territori. Se trovare un posto per le scorie esistenti è già un’impresa politicamente improba, immaginare che venti comuni italiani accolgano un reattore nucleare appare, per usare le parole di Silvestrini, pura fantasia.