Il costo invisibile dei data center

DATA CENTER

L’Italia è diventata uno dei mercati europei più caldi per le “fabbriche dell’intelligenza artificiale”. Ma dietro i miliardi di investimenti annunciati chi paga davvero per l’acqua e l’energia che questi capannoni digitali divorano?

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Li chiamano data center, ma per capire cosa sono basta pensare a un magazzino grande come un quartiere, pieno di server accesi ventiquattr’ore su ventiquattro, che non devono mai spegnersi e non devono mai surriscaldarsi. Per tenerli vivi servono due cose in quantità enorme: elettricità e acqua. E l’Italia, negli ultimi mesi, è diventata uno dei terreni di caccia più ambiti d’Europa per chi costruisce queste strutture, spinto dalla corsa mondiale all’intelligenza artificiale.
A fine 2025 in Italia si contavano 262 data center, per una potenza installata di 609 MW (dato in continuo aggiornamento e consultabile in tempo reale su www.datacentermap.com/italy/). Il dato che conta, per chi vive in certe zone, è però un altro: la sola area di Milano concentra il 68% della potenza installata a livello nazionale, con 414 MW IT, e punta a superare 1 gigawatt entro il 2028, secondo l’Osservatorio data center del Politecnico di Milano. Inoltre, il capoluogo lombardo è ormai il quarto polo di data center d’Europa e nel prossimo triennio potrebbe intercettare fino al 23% dei nuovi capitali europei del settore.
Attorno a Milano si allargano i nuovi poli: Roma come secondo hub nazionale, Torino, e soprattutto la provincia di Pavia. Nel triennio 2026-2028 l’Osservatorio del Politecnico stima 83 nuove infrastrutture annunciate, per un valore potenziale di 25,4 miliardi di euro. Un ordine di grandezza che, comunque lo si misuri, è enorme.

La fame di energia e il nodo della rete

È sul fronte energetico che il conto comincia a farsi delicato. Nel 2024 i data center italiani hanno consumato circa 3,9 TWh, pari all’1,3% dei consumi elettrici nazionali. Non è tanto il presente a preoccupare, quanto la traiettoria: uno studio Wwf-Università di Padova stima, a seconda degli scenari, un aumento della domanda tra +9,7 e +29,7 TWh entro il 2030, mentre la capacità realisticamente realizzabile secondo Terna porterebbe a un consumo aggiuntivo di 14-20 TWh, il 5-7% della domanda nazionale. Per rendere l’idea: un singolo grande data center può richiedere tra i 100 e i 200 MW di potenza continua, con progetti la cui potenza media in Italia è di circa 170 MW. In termini di soli consumi domestici, è un fabbisogno paragonabile a quello delle abitazioni di una città grande come Milano, o persino superiore.
Il problema è che la rete non è pronta ad assorbire questa fame – e soprattutto che la domanda “sulla carta” è enormemente gonfiata. A fine marzo 2026 Terna aveva ricevuto 480 richieste di connessione per 82,63 GW complessivi, di cui 40,9 GW nella sola Lombardia: quasi il doppio della potenza massima domandata in Italia in un istante (circa 57 GW). Lo stesso gestore della rete ritiene però realizzabili appena 1,5-2 GW entro il 2030, segnalando quindi una forte componente speculativa nelle richieste.
E qui scatta la domanda che dovrebbe interessare ogni famiglia: chi paga per l’energia in più tirata dai data center? Il precedente irlandese – l’Irlanda è il paese con la più alta quota di consumo elettrico da data center d’Europa – è istruttivo. Nel 2024 questi impianti hanno assorbito il 22% dell’elettricità nazionale, e uno studio di Friends of the Earth Ireland ha stimato che le famiglie abbiano pagato in media 360 euro in più in bolletta tra il 2015 e il 2023 proprio a causa della loro presenza sulla rete, con una proiezione di 1,4 miliardi di euro complessivi di aggravio nei prossimi anni. L’opposizione l’ha già ribattezzata una “tassa nascosta”, il governo invita, invece, a non trasformare i data center in “spauracchi”, ricordando i posti di lavoro e il valore economico che generano.
Ma come si trasforma la fame di elettricità dei data center in un rincaro per chi non ne usa nemmeno uno? I meccanismi sono essenzialmente due. Il primo è il prezzo all’ingrosso: nella Borsa elettrica il prezzo che pagano tutti è fissato dall’ultima centrale – di solito a gas – necessaria a coprire la domanda in quel momento.
Aggiungendo un consumo enorme e costante, i data center costringono il sistema ad accendere più spesso gli impianti a gas, i più cari, spingendo in alto il prezzo pagato da ogni utente; ed è esattamente ciò che, secondo lo studio irlandese, è già accaduto, complice la forte dipendenza dell’isola dal gas.
Il secondo meccanismo per la fissazione del prezzo è il costo delle reti: le nuove linee e cabine necessarie a portare energia agli impianti vengono recuperate attraverso gli oneri di rete, una voce che compare nella bolletta di tutti i consumatori. Una stima di Ieefa (Institute for energy economics and financial analysis) sostiene che gli investimenti di potenziamento in Italia non peseranno sulle bollette: ma il dibattito resta aperto.

L’acqua che evapora nel silenzio

Il secondo consumo è quello idrico. Per raffreddare i server servono enormi quantità d’acqua. Le stime più citate (ad esempio dall’attivista americana Erin Brockovich) indicano che un grande data center può consumare tra gli 11 e i 19 milioni di litri d’acqua al giorno, quanto una città di 30.000-50.000 abitanti.
In un paese che negli ultimi anni ha conosciuto siccità e razionamenti, il prelievo massiccio di acqua per raffreddare i computer rischia di entrare in rotta di collisione con i bisogni delle comunità locali, soprattutto nelle aree già sotto stress idrico. Non è un timore teorico: negli Stati Uniti intere comunità stanno facendo i conti con un inquinamento idrico (e acustico) mai visto prima. Per permettere la costruzione di data center sono stati disboscati terreni ed è stato fatto ampio uso di detonazioni per livellare il suolo roccioso. Le falde acquifere sono state contaminate, come anche i pozzi artesiani dei privati cittadini, nei quali sedimenti e fango si sono mischiati all’acqua pulita. Per non parlare di quello che comportano gli sversamenti delle acque con trattamenti chimici usate per disinfettare i circuiti.

La posta in gioco per il consumatore

Il punto non è demonizzare la digitalizzazione. È capire chi ne sostiene i costi nascosti. E qui i numeri sull’occupazione ridimensionano parecchio la retorica dei “grandi benefici per il territorio”: secondo lo studio dell’Università di Padova in collaborazione con il Wwf i data center commerciali italiani impiegano oggi poco più di 1.200 addetti a tempo pieno, con una stima che potrebbe avvicinarsi ai 6.000 entro il 2035; altre stime, più positive, parlano invece di 30-40.000 posti diretti e indiretti in cinque anni. Ma sono numeri difficili da verificare al momento, ammette lo studio, anche in relazione all’evoluzione dello scenario tecnologico mondiale. Se i benefici occupazionali di lungo periodo restano incerti mentre acqua ed energia vengono attinte dalle risorse locali, e se il potenziamento della rete rischia di pesare sulle bollette di tutti, allora la corsa italiana ai data center diventa a pieno titolo una questione di tutela dei consumatori. Una questione su cui, oggi, mancano ancora regole nazionali chiare e trasparenza sui numeri reali.

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