Arsenico e piombo negli alimenti per bambini: il Texas fa causa a Nestlé e Gerber

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Il procuratore generale del Texas accusa i due colossi di aver ingannato i genitori sulla sicurezza degli alimenti per l’infanzia. Nel mirino le analisi sui metalli pesanti, i controlli e le informazioni fornite ai consumatori.

Arsenico, piombo e cadmio negli alimenti destinati ai più piccoli. Lo scandalo che cinque anni fa aveva investito alcune delle maggiori aziende americane del settore torna a far parlare di sé, questa volta nelle aule giudiziarie. Il procuratore generale del Texas, Ken Paxton, ha intentato una causa contro Gerber Products Company e Nestlé USA, accusandole di aver ingannato i genitori sulla sicurezza dei prodotti per l’infanzia. L’azione legale, annunciata il 14 ottobre, contesta alle aziende di aver commercializzato alimenti presentati come sicuri, rigorosamente controllati e raccomandati dai pediatri, nonostante analisi interne avessero evidenziato la presenza di metalli pesanti potenzialmente pericolosi per la salute dei bambini.

Al centro della vicenda ci sono dati che risalgono al periodo 2017-2019, quando Gerber, storico marchio americano controllato dal gruppo svizzero Nestlé, avrebbe utilizzato ingredienti contaminati per la produzione di alimenti destinati ai neonati e ai bambini più piccoli. Secondo quanto riportato dalla procura, 67 lotti di farina di riso contenevano arsenico in concentrazioni superiori di oltre nove volte al limite federale previsto per l’acqua imbottigliata. Nelle carote impiegate per le preparazioni sarebbero stati rilevati livelli di cadmio fino a 17 volte superiori allo stesso parametro di riferimento, mentre nelle patate dolci il piombo avrebbe raggiunto concentrazioni quasi dieci volte maggiori.

Le analisi sugli ingredienti, ma non sui prodotti finiti

Uno degli aspetti più controversi dell’inchiesta riguarda le modalità con cui Gerber avrebbe verificato la presenza di sostanze indesiderate nei suoi alimenti. Secondo la ricostruzione della procura, per gran parte del periodo esaminato l’azienda controllava determinati ingredienti, ma non sistematicamente il prodotto finito, cioè l’alimento effettivamente acquistato e consumato dai bambini.

Anche i controlli sul mercurio sarebbero stati poco frequenti. Una lacuna che, secondo l’accusa, metterebbe in discussione le rassicurazioni offerte ai consumatori attraverso confezioni e messaggi pubblicitari.

Il punto centrale della causa, presentata in base alla legge texana contro le pratiche commerciali ingannevoli, non è soltanto la presenza di contaminanti, ma il presunto contrasto tra quanto l’azienda sapeva attraverso i propri test e ciò che comunicava ai genitori.

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Gerber, sostiene la procura, avrebbe continuato a promuovere i suoi alimenti come sicuri e attentamente controllati, senza informare adeguatamente le famiglie dei risultati delle analisi.

Uno scandalo che risale al 2021

La nuova iniziativa giudiziaria riporta alla luce un caso esploso nel febbraio 2021, quando una sottocommissione della Camera dei rappresentanti americana pubblicò un rapporto sulla presenza di metalli pesanti tossici negli alimenti industriali per bambini.

L’indagine del Congresso, basata anche sui documenti e sui risultati delle analisi forniti dalle stesse aziende, aveva coinvolto marchi molto conosciuti negli Stati Uniti, tra cui Gerber, Beech-Nut, HappyBABY ed Earth’s Best Organic.

I parlamentari avevano denunciato la presenza di arsenico, piombo, cadmio e mercurio in diversi ingredienti e prodotti, dai cereali a base di riso agli omogeneizzati di verdure, sollevando dubbi sia sui sistemi di controllo adottati dall’industria sia sulla capacità delle autorità federali di proteggere i consumatori più vulnerabili.

Il rapporto aveva attirato anche l’attenzione del Washington Post, che il 4 febbraio 2021 aveva ricostruito le conclusioni dell’inchiesta e le carenze della sorveglianza statunitense.

Le preoccupazioni non erano nuove. Già nel 2020 la Food and Drug Administration (FDA), l’agenzia americana che vigila sulla sicurezza degli alimenti e dei farmaci, aveva stabilito un livello di intervento di 100 microgrammi per chilogrammo (100 ppb) per l’arsenico inorganico nei cereali di riso destinati ai neonati.

L’obiettivo era ridurre l’esposizione dei bambini a una sostanza che può interferire con lo sviluppo neurologico. La FDA aveva sottolineato che il riso e i suoi derivati rappresentano una fonte importante di esposizione alimentare all’arsenico inorganico, soprattutto nei primi anni di vita.

Il precedente del ritiro dal mercato

Nella documentazione della nuova causa viene richiamato anche un episodio del 2021. Secondo la procura texana, il laboratorio statale dell’Alaska individuò due campioni di cereali di riso Gerber con concentrazioni di arsenico superiori al livello indicato dalla FDA.

Gerber non avviò un richiamo per quei risultati, mentre un’altra azienda coinvolta nei controlli, Beech-Nut, ritirò volontariamente un lotto di cereali di riso e annunciò l’abbandono di quella categoria di prodotti.

Il richiamo di Beech-Nut è documentato dalla stessa FDA ed è datato 8 giugno 2021. Nel comunicato ufficiale l’azienda spiegava che il campionamento condotto dalle autorità dell’Alaska aveva individuato arsenico inorganico oltre il livello di riferimento, nonostante le precedenti analisi sulla farina di riso utilizzata avessero dato risultati inferiori alla soglia.

Dalle prime indagini alla causa contro Nestlé

Il procedimento annunciato in questi giorni rappresenta l’ultimo sviluppo di un’indagine più ampia. Il 26 agosto 2025, infatti, Ken Paxton aveva aperto un’inchiesta su diversi produttori di alimenti per bambini, inviando richieste formali di documentazione proprio a Gerber e Plum Organics, altra importante azienda del settore.

L’obiettivo dichiarato era verificare se le imprese avessero adottato standard interni troppo permissivi per la presenza di metalli pesanti e se avessero fornito informazioni fuorvianti ai consumatori.

Il 29 settembre 2026 la procura ha annunciato un primo risultato: un accordo con Plum Organics, che si è impegnata a rafforzare i controlli e a rendere pubblici i risultati delle analisi. L’intesa prevede, tra l’altro, l’applicazione di parametri europei per alcuni contaminanti in assenza di specifici livelli di intervento della FDA, oltre alla pubblicazione dei dati che consentano ai consumatori di verificare i risultati relativi ai prodotti acquistati.

Con Gerber e Nestlé, invece, il confronto è approdato in tribunale.

Il QR code sulle confezioni non basta, secondo la procura

Un altro elemento dell’azione giudiziaria riguarda la trasparenza delle informazioni. Gerber ha introdotto sulle confezioni un codice QR attraverso il quale i consumatori possono consultare i risultati dei controlli sui metalli pesanti.

Una scelta che, per il procuratore texano, non sarebbe sufficiente a risolvere il problema. I messaggi rassicuranti sulla sicurezza dei prodotti, sostiene Paxton, continuerebbero infatti a comparire sulle confezioni senza che le informazioni sui contaminanti siano presentate con altrettanta evidenza.

Secondo l’accusa, non basta rendere disponibili i dati in una sezione consultabile online per correggere eventuali messaggi ingannevoli presenti sulle etichette. È questo uno degli elementi che la procura intende far valere nel procedimento contro le due aziende.

La replica di Gerber: “Rispettiamo gli standard della FDA”

Gerber respinge le contestazioni. In una dichiarazione riportata dall’agenzia americana UPI l’azienda sostiene che i propri prodotti siano sottoposti a controlli rigorosi e rispettino gli standard stabiliti dalla FDA per i metalli pesanti.

La società ricorda inoltre che queste sostanze sono naturalmente presenti nell’ambiente e possono essere assorbite in piccole quantità dalle piante durante la crescita. La loro completa eliminazione dalla filiera alimentare non sarebbe quindi possibile, ma l’esposizione può essere ridotta attraverso un’attenta selezione delle materie prime, controlli sui fornitori e verifiche di qualità.

Gerber afferma di effettuare controlli su oltre 500 sostanze tossiche e contaminanti e ribadisce il proprio sostegno al programma federale Closer to Zero, avviato dalla FDA per ridurre progressivamente l’esposizione dei bambini a piombo, arsenico, cadmio e mercurio.

Perché i metalli pesanti preoccupano

Il caso riporta l’attenzione su un problema che va ben oltre il mercato americano. Piombo, cadmio, arsenico inorganico e mercurio sono contaminanti ambientali che possono raggiungere gli alimenti attraverso il suolo, l’acqua e le materie prime agricole.

L’esposizione è particolarmente delicata durante l’infanzia, quando il sistema nervoso è ancora in fase di sviluppo e, in rapporto al peso corporeo, i bambini consumano quantità di cibo superiori a quelle degli adulti.

Il piombo è associato a effetti negativi sullo sviluppo neurologico e sulle capacità cognitive. Anche l’arsenico inorganico può interferire con lo sviluppo e, nel caso di esposizioni prolungate, è associato a un aumento del rischio di alcune forme tumorali. Il cadmio, di cui si è occupato recentemente il Salvagente con l’indagine esclusiva su 100 alimenti, preoccupa soprattutto per la sua capacità di accumularsi nell’organismo e per gli effetti a lungo termine, in particolare sui reni.

Il rischio dipende dalla quantità assunta, dalla frequenza del consumo, dalla durata dell’esposizione e dall’età del consumatore. Proprio per questo le autorità sanitarie puntano a ridurre quanto più possibile l’esposizione nei bambini, soprattutto alle sostanze per le quali non è possibile individuare una soglia priva di rischi.