Formaggi a latte crudo: “Pochi controlli in Lombardia ma il rischio c’è”

FORMAGGI LATTE CRUDO LOMBARDIA

Una mozione di Fratelli d’Italia al consiglio regionale sostiene i caseifici e chiede di allentare le maglie sulle analisi per rilevare l’E.Coli Stec che nei più piccoli può causare la Seu. Levata di scudi delle associazioni dei bambini morti: “Pochi i casi registrati? Solo perchè il Piano controlli è insufficiente”

“Voglio vedere in faccia chi ha il coraggio di votare questa mozione: ci sono state una serie di condanne anche in Cassazione dove è stato dimostrato il nesso tra il consumo del formaggio a latte crudo e la morte del mio bambino“. Martedì scorso 7 ottobre al Consiglio regionale della Lombardia si è presentato anche Giovanni Battista Maestri, padre del piccolo Mattia deceduto ad agosto scorso dopo nove anni di stato vegetativo per la sindrome Seu contratta mangiato un pezzo di formaggio a latte crudo contaminato dal batterio dell’E. Coli Stec.

La discussione sulla mozione presentata da Fratelli d’Italia – primo firmatario Giacomo Zamperini – è stata rinviata al 20 ottobre dopo le proteste delle associazioni dei genitori dei bambini morti o affetti da Seu. L’atto presentato da dieci consiglieri del partito della premier chiede di allentare le maglie delle Linee guida approvate dal ministero della Salute (Linee guida per il controllo di Escherichia coli produttori di Shiga-tossine (STEC) nel latte non pastorizzato e nei prodotti derivati) nel luglio 2025 che non stabiliscono – come invece chiedono le associazioni dei famigliari delle vittime – l’obbligo di inserire in etichetta l’allert “Il consumo di formaggi a latte è sconsigliato a bambini inferiori a 10 anni, donne in gravidanza, anziani e persone immunodepresse” ma chiedono ai produttori di rispettare tutte le procedure previste,  di effettuare i controlli e solo nel caso in cui non riescano ad escludere il rischio della contaminazione batterica, le Linee guida consigliano ai caseifici di inserire l’allert in etichetta.

Troppo per i consiglieri lombardi di Fdi che propongono di “chiedere formalmente al ministero della Salute l’emanazione di una circolare interpretativa che consenta agli enti territoriali di attribuire livelli differenziati di rischio alle aziende, sulla base delle reali misure di autocontrollo e delle condizioni produttive, evitando obblighi generalizzati e penalizzanti come quelli di etichettatura“. Propongono inoltre sostegno economico alla filiera per supportare il costo delle analisi e per valorizzare i prodotti caseari di montagna.

Oltre ai genitori del piccolo Mattia, anche Progetto Alice, Associazione per lotta alla sindrome emolitico-uremica, presieduta da Paolo Chiandotto si oppongono fortemente alla mozione, ne chiedono il ritiro e lanciano l’ennesimo appello alle istituzioni locali e nazionali per introdurre l’obbligo di inserire l’allert in etichetta perché “i consumatori hanno il diritto di essere informati per compiere scelte sicure”.

“La mozione – denunciano in una nota – si concentra sul danno economico, ignorando i costi sociali e umani. Lo Stec provoca gravi gastroenteriti emorragiche e, nel 13% dei casi pediatrici, evolve in Sindrome emolitico uremica (Seu), principale causa di insufficienza renale acuta nei bambini. Inoltre viene ignorato il fatto che anche nei pazienti che non sviluppano la Seu, le conseguenze dell’infezione da Stecpossono essere severe e complicate”.

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Progetto Alice contesta anche i numeri forniti da Fdi nella mozione: “I dati epidemiologici sono sottostimati. I 96 casi italiani del 2023 citati sono parziali: in Italia non esiste ancora uno screening sistematico per lo Stec nelle feci, a differenza del resto d’Europa. Se non si cerca, non si trova, ma il rischio è reale”.

I controlli sono pochi: la contaminazione potrebbe essere più estesa

L’associazione però contestano anche l’efficazione del Piano Alpeggi, lo screening regionale per valutare la prezenza dell’E. Coli Stec nella filiera locale dei formaggi a latte crudo. “I dati che ha dichiarato il consigliere Zamperini  – 1.600 campionamenti, 0,8% di positività E. Coli Stec – spiegano da Progetto Alice al Salvagente – sono frutto del Piano Alpeggi varato da Regione Lombardia, partito tardivamente rispetto al periodo di produzione, che inizia a metà giugno”.

Lo 0,8% non va sottovalutato: parliamo di circa 200 chilogrammi di formaggi prodotti che sono contaminati da E.Coli Stec e quindi potenzialmente pericolosi per i bambini.

Secondo l’associazione il Piano Alpeggi seppur sia un passo avanti, ha delle problematiche che rischiano di alterare i risultati ottenuti.

I campionamenti dell’acqua innanzituto “sono insufficienti e tardivi (entro 30 giorni dall’inizio della produzione): questo significa che se l’acqua fosse contaminata si inizia a produrre con acqua contaminata”.
Viene poi criticata il periodo di stagionatura dove si concentra lo screening:  “La suddivisione tra formaggi con stagionatura inferiore a 60 giorni e quelli superiori con diversi intervalli di campionatura” non ha senso perché “sostanzialmente hanno le stesse probabilità di essere contaminate da Stec, poiché il batterio sopravvive anche oltre i 270 giorni di stagionatura, dato dimostrato dagli istituti zooprofilattici”.
Su questo punto il Salvagente da tempo insiste riportando i dati di alcuni monitoraggi, come quello condotto dalla Asl di Trento che ha individuato il batterio anche in formaggi stagionati a circa 12 mesi.
La lista delle critiche continua: “I campionamenti delle cagliate nel piano standard, riguardano solo 3 al mese, ma il formaggio si produce tutti i giorni, 27 cagliate al mese non vengono controllate”. Anche il quantitativo prelevato è, secondo Progetto Alice insufficiente: “È previsto un prelievo nella cagliata di almeno 50 grammi che tradotto significa, meno formaggio prelevi, meno possibilità hai di trovare E.Coli Stec. Come mai non hanno deciso di prelevarne 250-300 grammi?”.
Inoltre in Lombardia “non sono stati determinati criteri specifici per la cartellonistica che avverta il consumatore che ‘Il consumo di questo prodotto non è consigliato a bambini sotto i 10-12 anni, donne in gravidanza, soggetti immunodepressi e/o fragili'”.
“Noi – raccontano al Salvagente – abbiamo girato durante l’estate negli alpeggi e nei negozi dove si vendono i formaggi a latte non pastorizzato e nella quasi totalità i cartelli non sono stati esposti. In ultimo, ricordiamo, lo 0,8% può significare circa 200 kg. di formaggio contaminato, e se i campionamenti fossero stati fatti con maggiore frequenza cosa sarebbe emerso?“.

Il 20 ottobre le associazioni e i famigliari delle vittime saranno presenti in consiglio regionale per dire a gran voce: “Ritirate la mozione e stabilite l’obbligo di etichettatura”.