
Parigi annuncia limiti più severi al cadmio nei fertilizzanti, dopo la scoperta di una presenza eccessiva nel sangue dei francesi, ma lascia aperta la possibilità di rinvii. L’allarme francese e le analisi del Salvagente con Valori.it raccontano un problema che riguarda anche l’Italia.
Per ridurre il cadmio negli alimenti, bisogna cominciare dai campi. Dopo anni di segnalazioni scientifiche e pressioni dei medici, il governo francese ha annunciato il 2 ottobre un’accelerazione nella riduzione di questo metallo pesante nei fertilizzanti fosfatici. Il percorso prevede una prima soglia nel 2027, una seconda nel 2028 e l’arrivo nel 2030 al valore raccomandato dall’Agenzia nazionale per la sicurezza alimentare, l’Anses. Ma il traguardo non è ancora garantito: le ultime due tappe sono contenute in un progetto sottoposto a consultazione pubblica e il calendario potrà essere modificato.
È l’ultimo capitolo di una vicenda esplosa nel dibattito pubblico francese e arrivata anche in Italia, dove il Salvagente, insieme a Valori.it, ha fatto analizzare 100 alimenti. Un’inchiesta che ha aggiunto dati concreti alla discussione, mostrando perché l’esposizione dei bambini meriti particolare attenzione.
Che cosa ha deciso Parigi
Dal 1° gennaio 2027 il limite previsto per i fertilizzanti fosfatici sarà di 60 milligrammi di cadmio per chilogrammo di anidride fosforica, allineandosi al valore del regolamento europeo sui fertilizzanti (che fino a oggi la Francia permetteva di superare, fissandolo a 90 mg/Kg). Il governo punta poi a scendere a 40 mg nel 2028 e a 20 mg nel 2030.
Il nuovo quadro prevede inoltre, dal 2027, un tetto di 3 grammi di cadmio per ettaro all’anno apportati attraverso i fertilizzanti minerali.
La distinzione tra quanto è già adottato e quanto resta da approvare conta. Il ministero dell’Agricoltura indica esplicitamente le soglie del 2028 e del 2030 come oggetto della consultazione aperta dal 5 ottobre al 9 novembre 2026. Il progetto prevede relazioni sull’impatto delle riduzioni prima delle scadenze: saranno valutati tecnologia disponibile, fattori socioeconomici e sicurezza degli approvvigionamenti. Sulla base di queste valutazioni, le date potranno cambiare.
Anche il limite agli apporti nei terreni dovrebbe scendere a 2 grammi per ettaro all’anno nel 2030, raggiungendo la raccomandazione dell’Anses. Dunque, un passo avanti reale, accompagnato però da una clausola che lascia spazio ai rinvii.
Un allarme che viene da lontano
La storia non comincia quest’autunno. Già nel 2019 l’Anses raccomandava di limitare gli apporti di cadmio ai terreni agricoli. Nel luglio 2021, Santé publique France pubblicava i risultati dello studio Esteban, condotto su 1.104 bambini e 2.503 adulti: negli adulti, i livelli di cadmio risultavano aumentati rispetto all’indagine del 2006-2007. Poco meno della metà della popolazione adulta presentava una concentrazione urinaria superiore al valore raccomandato dall’Anses. Si trattava quindi di misurazioni del metallo nell’organismo, non soltanto della sua presenza nei prodotti alimentari.
Nel giugno 2025 l’allarme assume una forza nuova con la lettera dei medici liberi professionisti al primo ministro, che denunciano una “bomba sanitaria”, come ricostruisce 60 Millions de consommateurs. Nel marzo 2026 arriva un’ulteriore conferma scientifica: una nuova expertise dell’Anses valuta le diverse fonti e vie di esposizione lungo l’intera vita e ribadisce la sovraesposizione attraverso l’alimentazione, collegata alla contaminazione dei suoli agricoli. La richiesta è di intervenire alla fonte.
La pressione raggiunge anche il Parlamento: il 3 giugno 2026 l’Assemblée nationale approva in prima lettura una proposta di legge per ridurre i rischi sanitari della contaminazione alimentare da cadmio. Un passaggio parlamentare, da distinguere dai provvedimenti governativi annunciati a ottobre.
Il tassello italiano: le nostre analisi su 100 alimenti
È in questo contesto che si inserisce l’inchiesta del Salvagente e di Valori.it, presentata nell’articolo del 4 settembre “Non è pasta da bambini. Le nostre analisi sul cadmio in 100 alimenti”.
Abbiamo affidato a un laboratorio accreditato pasta, pane, riso, biscotti e cereali acquistati nella distribuzione italiana. La ricercatrice Luana Izzo, dell’Università Federico II di Napoli, ha incrociato i risultati con i dati nazionali sui consumi alimentari.
Il quadro era più rassicurante per gli adulti, ma mostrava criticità nei bambini: tra i forti consumatori di pasta di 1-2 anni, l’esposizione stimata raggiungeva il 143,7% della dose settimanale tollerabile, fissata dall’Efsa a 2,5 microgrammi per chilo di peso corporeo. Superamenti emergevano anche nei grandi consumatori di 3-9 anni.
Il punto è il rapporto tra quantità ingerita e peso corporeo. Inoltre, il contributo della pasta si somma a quello degli altri alimenti. Non un’emergenza sanitaria immediata, ma un problema di esposizione cronica: questo il messaggio dell’indagine, insieme alla necessità di affiancare ai controlli alimentari prevenzione agricola e biomonitoraggio dei gruppi vulnerabili.
Ridurre gli apporti non significa ripulire i terreni
Le decisioni francesi affrontano una fonte importante della contaminazione. Il cadmio è presente naturalmente in alcune rocce fosfatiche utilizzate per produrre fertilizzanti: può accumularsi nei suoli, passare alle colture e contribuire all’esposizione alimentare. L’accumulo nell’organismo nel tempo può danneggiare soprattutto reni e ossa.
Abbassarne il contenuto nei concimi, però, è solo il primo passo per eliminare il rischio. Il metallo può restare nei terreni per decenni e continuare a essere assorbito dalle piante, in misura diversa secondo acidità del suolo, caratteristiche del terreno e colture. Non ci si può dunque aspettare che l’entrata in vigore di un limite si traduca subito in alimenti meno contaminati.
La prevenzione non può fermarsi alla spesa
Per i consumatori, l’Anses raccomanda di variare l’alimentazione, limitare alcuni prodotti dolci e salati a base di frumento, come biscotti, torte e cereali da colazione, introdurre più legumi in alternativa a una parte dei piatti a base di grano e diversificare le provenienze degli alimenti. Precauzioni utili, che devono convivere con una dieta equilibrata.
Ma la vicenda francese solleva una questione che riguarda anche l’Italia: quanto della prevenzione può essere lasciato alle scelte individuali? Chiedere alle famiglie di variare il menu è una parte della risposta. L’altra richiede decisioni sui fertilizzanti, monitoraggi dei terreni e verifiche sull’esposizione della popolazione, tutte cose su cui vige in questo paese una pesante cortina silenziosa.








