
Quando i medici ricevono regali, viaggi e altre attività promozionali da parte dell’industria farmaceutica, ci sono conseguenze sfavorevoli per i pazienti che si traducono in costi più alti, ricette meno appropriate e un maggior numero di farmaci prescritti. È quanto emerge da un’analisi di 93 studi che evidenzia anche i possibili benefici di regole che limitano i conflitti di interesse
Quanto possono influenzare le prescrizioni mediche i rapporti tra i professionisti sanitari e le aziende farmaceutiche? A fare il punto è una revisione della letteratura scientifica che ha analizzato 93 studi sulle interazioni promozionali tra l’industria farmaceutica, da un lato, e medici e altri professionisti autorizzati a prescrivere farmaci, dall’altro. La conclusione è che queste relazioni sono probabilmente associate a esiti sfavorevoli: prescrizioni meno appropriate, un maggior numero di medicinali prescritti e costi più elevati.
La revisione ha preso in esame studi pubblicati fino a gennaio 2025, confrontando i comportamenti prescrittivi dei professionisti esposti alle attività promozionali delle aziende con quelli di chi non era esposto o lo era in misura minore. Tra le interazioni considerate figurano visite degli informatori scientifici, iniziative informative e formative organizzate dall’industria, regali, pagamenti, altri trasferimenti di valore e campioni gratuiti di medicinali.
Costi più alti e minore appropriatezza delle prescrizioni
Il dato più consistente riguarda i regali e i pagamenti ricevuti dalle aziende farmaceutiche. In confronto ai professionisti che non ricevono benefici o ne ricevono meno, quelli che intrattengono questi rapporti risultano associati a una minore appropriatezza delle prescrizioni: il risultato emerge da 10 studi che hanno coinvolto complessivamente circa 2,94 milioni di prescrittori.
La stessa esposizione è associata a un aumento della quantità di farmaci prescritti, sulla base di 39 studi e circa 3,86 milioni di professionisti. È inoltre probabilmente associata a un incremento dei costi, secondo 25 studi che hanno coinvolto circa 2,5 milioni di prescrittori.
Anche le attività pubblicitarie e formative promosse dalle aziende possono avere un ruolo. Sei studi, con 1.335 prescrittori, suggeriscono un’associazione con una riduzione dell’appropriatezza; due studi, su 986 prescrittori, indicano un possibile aumento dei costi. Sette studi, che hanno coinvolto oltre 151mila professionisti, suggeriscono invece che queste attività siano probabilmente associate a un aumento del numero di prescrizioni.
In altre parole, la promozione farmaceutica non sembra limitarsi a informare i medici sulle opzioni terapeutiche: può accompagnarsi a scelte prescrittive meno appropriate e a una maggiore spesa.
La revisione, tuttavia, analizza soprattutto associazioni osservate negli studi e non dimostra che ogni singola interazione provochi necessariamente questi effetti.
Il quadro è meno chiaro per i campioni gratuiti di medicinali. Gli studi disponibili sono pochi e le prove sono considerate molto incerte, sia per quanto riguarda l’appropriatezza delle prescrizioni sia per la quantità di farmaci e i relativi costi. Non è quindi possibile trarre conclusioni solide su questo specifico tipo di interazione.
La revisione ha esaminato anche le richieste di inserimento dei medicinali nei prontuari ospedalieri, cioè gli elenchi dei farmaci utilizzabili all’interno delle strutture sanitarie. Su questo punto le evidenze sono particolarmente limitate: soltanto uno studio, con 105 prescrittori, ha affrontato l’argomento. I risultati suggeriscono un possibile aumento delle richieste in presenza di attività promozionali, ma la certezza delle prove è molto bassa.
Le regole sui conflitti di interesse possono aiutare
Un risultato di segno opposto emerge dall’analisi delle politiche adottate dalle organizzazioni sanitarie per limitare i conflitti di interesse. Le misure considerate comprendono, per esempio, restrizioni alle visite degli informatori scientifici e all’accettazione di regali e campioni.
Rispetto a contesti privi di queste regole o caratterizzati da vincoli meno severi, le politiche più restrittive sono probabilmente associate a una maggiore appropriatezza prescrittiva, secondo due studi su 3.065 professionisti. Sei studi, che hanno coinvolto circa 110mila prescrittori, suggeriscono inoltre una possibile riduzione del numero di farmaci prescritti. Gli effetti sui costi, invece, restano incerti.
Per gli autori, dunque, le politiche istituzionali che regolano i rapporti tra medici e industria possono contribuire a contenere le influenze commerciali sulle decisioni cliniche, con potenziali benefici per la qualità dell’assistenza e per la spesa sanitaria.
Nonostante alcune cautele da parte degli autori rispetto ai limiti nella qualità delle prove, la convergenza dei risultati su regali, pagamenti e attività promozionali indica un problema rilevante per i sistemi sanitari. Il punto, dal punto di vista dei cittadini, è duplice: prescrivere più farmaci o scegliere medicinali più costosi non significa necessariamente offrire cure migliori. Per questo la trasparenza sui rapporti economici tra industria e professionisti e regole efficaci sui conflitti di interesse sono strumenti importanti per tutelare l’appropriatezza delle cure e l’impiego delle risorse pubbliche.








