
Un’indagine tedesca su 21 campioni trova residui più bassi nei ceci in scatola e quattro irregolarità nei secchi. Nessun rischio sanitario secondo il laboratorio. Il confronto con il nostro precedente test del 2020.
Versatili in cucina, preziosi per variare le fonti di proteine e protagonisti di piatti come hummus, zuppe e falafel. I ceci hanno molte buone ragioni per trovare spazio sulla tavola. Ma sul fronte dei residui di pesticidi non tutti i campioni escono senza rilievi dai controlli. Un’indagine del CVUA di Stoccarda, laboratorio pubblico tedesco, ha individuato quattro campioni di ceci secchi oltre i limiti di legge, mentre tutti quelli in scatola sono risultati conformi.
Il test su 21 campioni
Le analisi, condotte dal 2025 a luglio 2026, hanno riguardato 17 campioni di ceci secchi e quattro di ceci in scatola, alla ricerca di residui di prodotti fitosanitari e contaminanti.
Tra i prodotti secchi, sette provenivano dalla Turchia, due dal Canada e uno ciascuno da Italia, Romania e Uzbekistan; per altri cinque non era indicata l’origine. Dei quattro campioni in scatola, tre provenivano dall’Italia e uno non riportava la provenienza. L’indagine comprendeva anche prodotti biologici: tre secchi e uno in scatola.
Il primo dato che emerge è la differenza nelle concentrazioni medie dei residui: 0,37 milligrammi per chilo nei ceci secchi contro 0,02 mg/kg in quelli in scatola, escludendo dal calcolo acido fosfonico e bromuro. Il numero medio di sostanze rilevate era invece più vicino: 1,8 per campione nei secchi e 1,5 nei prodotti in conserva.
In scatola meno residui, ma attenzione al confronto
I risultati premiano i ceci in scatola esaminati, ma richiedono alcune precisazioni. Innanzitutto, quattro campioni sono pochi per formulare conclusioni generali sull’intera categoria.
C’è poi una differenza importante nel metodo: per le conserve è stato analizzato l’intero contenuto della scatola, compreso il liquido di governo. Le concentrazioni si riferiscono quindi a prodotti con un contenuto d’acqua molto diverso.
Secondo i ricercatori, la lavorazione può contribuire a spiegare i valori più bassi: ammollo, cottura e conservazione possono ridurre o degradare parte dei residui idrosolubili. Inoltre, il maggiore contenuto d’acqua dei prodotti in scatola può diluire le concentrazioni misurate.
Il confronto descrive dunque ciò che il laboratorio ha trovato nei prodotti analizzati, ma non permette di quantificare quanto dei residui sia stato eliminato dalla sola cottura.
Le irregolarità nei ceci secchi
Tutti e quattro i campioni con superamenti accertati provenivano da agricoltura convenzionale.
In un campione canadese il laboratorio ha trovato l’erbicida 2,4-D a 0,12 mg/kg, contro un limite di 0,05 mg/kg. Un altro campione canadese conteneva 13,2 mg/kg di acido fosfonico, rispetto al limite di 1,5 mg/kg indicato nell’indagine. Nello stesso prodotto è stato rilevato anche un superamento non confermato con certezza per l’erbicida paraquat.
In un campione rumeno è stata invece misurata fosfina a 0,15 mg/kg, contro un limite di 0,01 mg/kg. Era presente anche un superamento non confermato con certezza per l’insetticida sulfoxaflor. La quarta irregolarità accertata riguardava ancora la fosfina: 0,029 mg/kg in un campione di provenienza sconosciuta.
La fosfina è un gas altamente tossico impiegato come fumigante per proteggere gli alimenti dagli insetti, anche durante i lunghi trasporti.Il CVUA sottolinea che il superamento del limite legale non determina automaticamente un rischio sanitario e che, nei campioni esaminati, tale rischio non è emerso.
Che cosa è stato trovato nelle conserve
Anche nei ceci in scatola sono stati rilevati residui, seppure entro i limiti.
Nei tre campioni convenzionali era presente 2,4-D, con una concentrazione media di 0,007 mg/kg, a fronte del limite di 0,05 mg/kg riportato dal laboratorio. Due contenevano anche acido fosfonico.
Nel solo campione biologico in scatola, l’unica sostanza rilevata sopra il limite di quantificazione era invece la melamina, a 0,04 mg/kg: un valore ampiamente inferiore al limite di 2,5 mg/kg.
La melamina non è un pesticida classico. Può arrivare negli alimenti attraverso fertilizzanti, degradazione di altre sostanze o contatto con materiali di imballaggio.
Il precedente: il nostro test del 2020 sui ceci in scatola
La presenza di pesticidi nei ceci in scatola era emersa anche nel test pubblicato dal Salvagente nel 2020 su sette marchi. Le nostre analisi avevano individuato complessivamente cinque diverse molecole, pur riscontrando in tutti i campioni il rispetto dei limiti massimi di residuo previsti dalla legge.
Tra le sostanze rilevate c’era il glifosato, presente in due campioni, rispettivamente a 0,276 e 0,017 mg/kg. In due prodotti era stato trovato anche il 2,4-D, lo stesso erbicida rilevato dal laboratorio tedesco nei tre campioni convenzionali in scatola. Il principio attivo è classificato dallo IARC come possibilmente cancerogeno per l’uomo: una classificazione di pericolo che non equivale, da sola, a dimostrare un rischio alle concentrazioni riscontrate negli alimenti.
Nel corso della nostra inchiesta avevamo sollevato anche il problema della provenienza della materia prima. Poiché il 2,4-D non era autorizzato sulle coltivazioni italiane di legumi da granella, i distributori interpellati avevano spiegato di utilizzare ceci provenienti dall’estero, indicando paesi come Stati Uniti, Canada e Argentina, dove l’impiego era consentito, nel rispetto dei limiti europei per i prodotti importati. Un’origine che il consumatore non poteva necessariamente ricostruire dall’etichetta: il quadro normativo descritto nell’inchiesta non imponeva di dichiarare il paese di coltivazione dei legumi utilizzati nelle conserve.
In un campione avevamo rilevato anche piperonil butossido, una sostanza impiegata per potenziare l’azione di alcuni insetticidi. Riscontri che ponevano il tema della presenza contemporanea di più residui, il cosiddetto effetto cocktail, senza che il test consentisse di quantificarne gli eventuali rischi.
C’erano, però, anche risultati positivi: in tre dei sette prodotti non erano stati rilevati i pesticidi ricercati, glifosato compreso. Un dato riferito ai campioni analizzati nel 2020, che mostrava come l’assenza di residui rilevabili fosse un risultato concretamente raggiungibile anche nelle conserve.
Residui anche nel biologico
Tornando all’indagine tedesca, tra i ceci secchi tre campioni non presentavano residui quantificabili: uno biologico e due convenzionali.
Gli altri due campioni secchi biologici contenevano acido fosfonico, rispettivamente a 0,390 e 0,250 mg/kg. Entrambi rispettavano i limiti massimi, ma la presenza ha richiesto un approfondimento: poiché questa sostanza non è ammessa per l’impiego nell’agricoltura biologica, il laboratorio ha redatto relazioni tecniche per chiarirne le cause.
Il numero ridotto di campioni, va detto, non consente un confronto solido tra ceci biologici e convenzionali.
Perché due sostanze sono escluse dalla media
I valori medi utilizzati nel confronto – 0,37 e 0,02 mg/kg – non comprendono acido fosfonico e bromuro. Il laboratorio spiega che queste sostanze possono presentarsi a concentrazioni molto superiori rispetto agli altri residui, influenzando fortemente la media.
Il bromuro, inoltre, può derivare sia dal fumigante bromuro di metile sia dal terreno, e le analisi non consentono di distinguere con certezza le due origini.
L’esclusione dal calcolo statistico non equivale comunque a un’esenzione dai controlli: per entrambe le sostanze viene verificato il rispetto dei limiti di legge.
Un alimento da mantenere nella dieta
Il messaggio del laboratorio non è di rinunciare ai ceci. Il loro apporto di amminoacidi, minerali e vitamine li rende un alimento utile in una dieta varia, mentre la valutazione dei campioni analizzati non ha evidenziato rischi sanitari.
Restano però quattro irregolarità nei prodotti secchi e una base di dati ancora limitata, soprattutto per le conserve e il biologico. Per questo il CVUA di Stoccarda proseguirà i controlli, ampliando il numero di campioni esaminati.










