Affari in polvere: il marmo svenduto delle Apuane

MARMO

Negli ultimi trent’anni si è estratto più marmo dalle Alpi Apuane che nei duemila anni precedenti. Non si tratta di blocchi utilizzati per arte ed edilizia. Gran parte è destinato a carta, plastica, vernici e alimenti

 

Ci sono numeri che raccontano una storia meglio di qualsiasi aggettivo. Eccone uno: negli ultimi trent’anni, dalle Alpi Apuane (la catena montuosa situata nel nord-ovest della Toscana) è stato estratto più marmo che nei duemila anni precedenti. Duemila anni che comprendono i romani, il Rinascimento, Michelangelo, la basilica di San Pietro, il Pantheon. Tutto quel marmo, sommato, pesa meno di quello che le seghe diamantate hanno tirato fuori dalla montagna dal 1995 a oggi.
Il dato è del Cai, il Club alpino italiano, che lo ha portato all’assemblea nazionale di Carrara del 16 e 17 dicembre 2023, quella intitolata – senza troppi giri di parole – “Le montagne non ricrescono”. Ed è il punto di partenza necessario per capire l’impatto delle cave apuane: tutto quel marmo estratto non ha più a che fare con l’artigianato, con la scultura, con l’arte.

Cinque milioni di tonnellate
(ma dipende da cosa si conta)

La cifra che circola di più è quella del Cai: 5 milioni di tonnellate di montagna asportate ogni anno dalle Apuane. Va però maneggiata sapendo cosa misura, perché questo numero conteggia tutto il materiale movimentato (blocchi, detrito e terre di scavo insieme) e non il solo marmo commercializzato. Le statistiche ufficiali del monitoraggio del Piano cave della Regione Toscana parlano di una produzione complessiva regionale che si aggira intorno ai 6 milioni di metri cubi, con circa 1,565 milioni provenienti dalla provincia di Massa-Carrara, il 25% del totale. E c’è un dato che vale più di tutti gli altri messi insieme: dei volumi estratti, i materiali ornamentali da taglio di alta qualità sono 263mila metri cubi – il valore più basso dal 2018 contro 1,23 milioni di metri cubi di “derivati”. Il monitoraggio regionale parla di una “resa qualitativa complessiva che si aggira attorno al 20 per cento, con i derivati che raggiungono l’80 per cento”.

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Nei derivati c’è il “detrito”, che si chiama ravaneto quando resta sul fianco della montagna e marmettola quando è polvere finissima trascinata via dall’acqua: è lui la parte largamente maggioritaria di quello che esce dalla montagna.
Il rapporto fra materiale utile e scarto è regolato per legge. Il Piano regionale cave impone, per i marmi apuani, una resa minima del 30 per cento in blocchi e lastre sulla produzione di progetto, che i Comuni possono abbassare fino al 25 attraverso i piani attuativi di bacino. Lo stesso articolo, però, stabilisce che i materiali derivati possono essere computati nella resa come se fossero blocchi.
Nel 2023 la resa reale certificata dal monitoraggio regionale è stata di circa il 20 per cento, con i derivati all’80. La soglia, quindi, non vincola quanto detrito esce dalla montagna, ma solo come viene classificato.

Concessioni “scontate”

Il marmo delle Apuane non appartiene a chi lo estrae: le cave sono beni pubblici, date in concessione. Il Comune incassa per questo due voci distinte: il canone di concessione, che è in sostanza l’affitto della cava, e il contributo di estrazione – la vecchia “tassa marmo” – che si paga su ogni tonnellata portata a valle.

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Nel bilancio 2024 del Comune di Carrara le due voci valgono insieme circa 26,4 milioni di euro, 5,7 di canoni e 20,7 di contributo, poco più di un quinto del bilancio comunale. E quanto vale il marmo su cui quelle somme si pagano?
Le tariffe le fissa il Comune stesso, con determinazione del direttore del settore Marmo. Quelle aggiornate nel 2024 e valide fino al 2028 attribuiscono alle pregiate varietà Calacatta e Statuario di prima scelta, in blocco sano, un valore di 7.677 euro la tonnellata.
Ed è qui che il conto si ferma. Nel 2023 dalla pesa di Miseglia, il varco da cui transita il marmo che scende da Carrara, sono passate 656mila tonnellate di blocchi, quante fossero materiale di pregio e quante materiale corrente non è però un’informazione pubblica. Senza quel dato Senza quel dato non è possibile calcolare il valore del marmo transitato, e non lo è nemmeno la quota che torna a chi la montagna la possiede.APUANE MARMO
Quanto si paghi per ogni tonnellata è, per di più, oggetto di contenzioso. Il Comune di Massa ha sostituito la tariffa fissa con un meccanismo che lega il canone al valore di mercato del marmo, applicando alla quantità autorizzata una resa media del 25 per cento e un’aliquota del 5. Nell’ottobre 2025 due imprese hanno impugnato i nuovi criteri sostenendo che introducano “un aggravio economico non previsto dalle precedenti concessioni”, e il caso è al Tar. Il costo pubblico, comunque, non si esaurisce nel mancato incasso. Secondo la ricostruzione de lavialibera, bimestrale d’approfondimento su mafie, corruzione, ambiente e migrazioni, l’impianto che filtra la marmettola dalle acque costa alla collettività 350mila euro l’anno, e negli ultimi vent’anni Carrara ha subito otto eventi alluvionali: il detrito che si deposita sui fondali dei fiumi ne riduce la capacità di deflusso, e quando piove forte l’acqua trova meno spazio per scorrere.

Tanta montagna, pochi lavoratori

L’argomento che regge da sempre il sistema è l’occupazione ma, a ben vedere, regge sempre meno. Nel 1994 il settore lapideo impiegava 2.772 addetti in provincia di Massa-Carrara; nel 2018 erano 1.786, secondo la Camera di commercio. Fra il 2021 e il 2022 la Cgil Toscana ha registrato un ulteriore calo del 15 per cento fra le province di Lucca e Massa-Carrara, sotto la soglia dei mille lavoratori.

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Nello stesso arco di tempo l’estrazione è calata, ma meno del lavoro. I blocchi transitati dalla pesa di Miseglia sono passati dagli 1,2 milioni di tonnellate del 1995 alle 656mila del 2023: poco meno della metà.
Gli addetti, nello stesso periodo, si sono ridotti di quasi due terzi. Il confronto non è perfetto – l’occupazione riguarda l’intero settore lapideo provinciale, i blocchi il solo territorio di Carrara – ma lo scarto fra le due curve resta: a parità di montagna asportata servono sempre meno persone.

“Una resa alle pressioni”

Nonostante tutto questo, la direzione è stata quella opposta a quella che ci si aspetterebbe. La Regione Toscana ha deciso di ampliare entro un limite del 5% le cave, dando come motivazione ufficiale che alcuni bacini avrebbero raggiunto la “saturazione”, ossia il massimo di estrazione possibile.
Eppure i numeri su cui poggiava la motivazione dicevano altro. Secondo la ricostruzione di Altreconomia sugli atti regionali, su 98 bacini estrattivi solo 11 mostravano segni di saturazione e nessuno di questi era fra i primi dieci comprensori apuani; i bacini apuani disponevano ancora di 47,75 milioni di metri cubi di marmo, e Carrara sfruttava appena il 75 per cento del potenziale già autorizzato. Legambiente ha parlato di “resa alle pressioni delle imprese” e di “abdicazione alla responsabilità di pianificazione”: le aziende che non avevano rispettato i limiti esistenti venivano premiate con limiti più larghi anziché sanzionate.
La conferma più netta è arrivata dalla Regione stessa. Al convegno “La Toscana delle attività estrattive”, il 7 maggio 2026 i dati presentati indicano 280 cave attive in Toscana, circa 5,5 milioni di metri cubi estratti ogni anno fra materiali da costruzione, industriali e ornamentali, e – questo è il punto – un’escavazione effettiva pari a circa il 60 per cento degli obiettivi di produzione annua sostenibile. Insomma, il tetto è stato alzato a un settore che non riempie quello che ha già.