Grani antichi e affari moderni: gli interessi sul senatore Cappelli

Vendita in esclusiva del seme con obbligo da parte delle aziende agricole di riconsegnare tutto il raccolto. Ritardi, se non veri e propri rifiuti, nel fornire le sementi agli agricoltori non iscritti alla Coldiretti. Aumenti ingiustificati del prezzo fino al 60%. Per l’Antitrust la Sis, la Società italiana sementi che dal 2016 è la licenziataria unica nel riprodurre e vendere il grano senatore Cappelli, ha imposto pratiche commerciali sleali “sfruttando abusivamente la propria posizione di forza commerciale a danno dei coltivatori interessati alla semina e al raccolto di grano Cappelli”. Creando nei fatti una “filiera chiusa” nella quale tutto il grano, dai chicchi venduti al frumento riconsegnato, era gestito da quello che la stessa Autorità garante della concorrenza e del mercato definisce “monopolista legale di un bene precedentemente nella disponibilità di più licenziatari”.

Per questi motivi l’Authority ha sanzionato per 150mila euro la società motivando (qui il testo completo del provvedimento) così, in una nota, la decisione: “L’Autorità ha accertato tre distinte condotte dell’impresa contrarie alla disciplina delle relazioni commerciali in materia di cessione di prodotti agricoli e agroalimentari. In particolare Sis, che detiene l’esclusiva sulla commercializzazione delle sementi del grano della varietà ‘Cappelli’, in base a un contratto di licenza stipulato nel 2016 con il Crea, ha: (1) subordinato la fornitura delle sementi alla riconsegna da parte dei coltivatori del grano prodotto, imponendo alle controparti un rapporto c.d. di filiera; (2) ritardato o addirittura rifiutato in maniera ingiustificatamente selettiva la fornitura delle sementi ai coltivatori; (3) aumentato in maniera significativa e ingiustificata i prezzi delle sementi. Ciascuna delle tre condotte appena richiamate è stata sanzionata per un importo pari a € 50.000.

L’inchiesta completa nel numero in edicola

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Nel nuovo numero in edicola del Salvagente (qui disponibile la versione digitale) abbiamo ricostruito l’intera vicenda e anche fatto luce sui  proprietari della Sis (da Bonifiche Ferraresi alla Coldiretti arrivando fino a Dompé farmaceutica e la famiglia Gavio, mentre Carlo De Benedetti è uscito dalla partita nel maggio scorso).

Vale ora la pena partire dall’inizio per capire cosa è successo. La cultivar Cappelli è una varietà dei cosiddetti grani antichi, selezionata all’inizio del Novecento dal genetista Nazareno Strampelli, coltivata fino agli anni Cinquanta e poi soppiantata da frumenti più moderni che garantiscono una resa molto maggiore e si adattano meglio ai trattamenti fitosanitari.
La “proprietà” del seme è custodita dal Crea, il principale ente di ricerca italiano dedicato alle filiere agroalimentari vigilato finora dal ministero delle Politiche agricole, che è per legge il “costitutore e responsabile” di oltre 500 varietà di vegetali iscritte nei registri nazionali, comprese 5-6 varietà di grani duri “antichi”. Dalla fine degli anni Novanta c’è stata una riscoperta del grano Cappelli, molto apprezzato per la sua digeribilità e le qualità nutrizionali, tanto che nel 2007 il Crea aveva concesso una licenza di 9 anni per la riproduzione della semente a due piccole imprese sementiere, la Scaraia e la Selet, perché entrambe coinvolte nella riscoperta del Cappelli negli anni passati.
Nel 2016 alla scadenza della licenza però le cose cambiano: Crea indice un bando per aggiudicare una nuova licenza che sarà “unica ed esclusiva”, di durata più lunga, 15 anni, e valida “per l’intero territorio dell’Unione europea”, dando un termine perentorio “di 15 giorni per la partecipazione” come scrive l’Authority nella conclusione della fase istruttoria aperta su denuncia della Confagricoltura nei confronti della Sis. Sarà infatti proprio la Società italiana sementi ad aggiudicarsi la licenza in esclusiva per riprodurre e vendere il grano Cappelli. Una notizia positiva visto che dello sviluppo di una cultivar tipicamente italiana se ne occuperà la più grande azienda sementiera italiana e non una multinazionale.
L’ingresso di Sis nella partita del Cappelli segna a tutti gli effetti un cambio di passo: da due soggetti piccoli, la riproduzione del seme per 15 anni viene affidata a un solo colosso. Basta vedere la compagine societaria della Sis per capirlo: il 42% della società è detenuto da Bonifiche Ferraresi Spa, la più grande azienda agricola italiana per superficie agricola utilizzata, che vanta tra i suoi soci realtà di peso come la Fondazione Cariplo, Cassa depositi e prestiti, Dompé farmaceutici, presieduta da Sergio Dompé, fino al 2004 presidente di Assobiotech, la famiglia Gavio, patron delle autostrade del Nord Italia, e Carlo De Benedetti fino al maggio 2018. Il restante 53% della società è in mano ai principali Consorzi agrari italiani, a cominciare da quello dell’Emilia-Romagna, e una piccola percentuale, il 5%, è detenuta anche da Filiera agricola italiana, società riconducibile alla Coldiretti.
È chiaro che nonostante sia una nicchia – la produzione di Cappelli rappresenta nel 2017 con 1.550 tonnellate lo 0,4% dell’intera produzione dei grano duro – per qualcuno quel frumento, per anni così ben “raccontato” anche grazie a un marketing compiacente, può e deve diventare più grande. Ma chi deve pagare il prezzo di questa crescita?

Vincoli esclusivi

In base alle denuncia presentata dalla Confagricoltura e alla ricostruzione effettuata dall’Antitrust, la Sis imponeva la stipula di un contratto di coltivazione ovvero, oltre a vendere in esclusiva le sementi, imponeva la consegna di tutta la granella, il raccolto di Cappelli, che poi a sua volta rivendeva sul mercato ai pastifici. Il cerchio insomma si chiudeva e il licenziatario di un bene pubblico aveva nei fatti creato una filiera chiusa: la Sis era l’unica a vendere la semente e per di più, come scrive la stessa Antitrust, “facendosi forte dell’esclusiva”, esigeva la riconsegna del raccolto, una circostanza non prevista dalla licenza concessa dal Crea. Questo obbligo, scrive ancora l’Antitrust, negava all’agricoltore anche il cosiddetto “privilegio” ovvero la possibilità di reimpiegare parte del raccolto per la semina dell’anno successivo.
Un modus operandi inedito come ci assicura Giuseppe Scaraia, proprietario dell’omonima società che fino al 2016 aveva la licenza insieme alla sarda Selet: “Noi non abbiamo mai messo alcun vincolo contrattuale alla vendita del seme, tanto meno l’obbligo di riconsegnare il raccolto. La disdetta della licenza nel 2016 è stata improvvisa e ci ha fatto perdere un sacco di soldi: io non vado contro i mulini a vento ma è chiaro che è stato uno scippo”.

Francesco Postorino è il direttore generale di Confagricoltura, l’associazione di categoria che ha presentato l’esposto all’Antitrust: “Nel contratto di affidamento Crea-Sis non c’è scritto da nessuna parte ‘filiera chiusa’ anche se, nei fatti, la vendita dei semi di Cappelli è stata gestita in questo modo: perché in questo caso Sis non stava solo sul mercato ma era il mercato stesso, violando le regole della concorrenza”.

La difesa di Sis: “I contratti ‘chiusi’ erano facoltativi”

La Società italiana sementi da parte sua si difende sostenendo che i contratti di coltivazione erano facoltativi e proposti ai clienti senza alcuna “ricatto” sulla fornitura, garantendo la più ampia diffusione: “Tanto è vero – ci spiega Mario Conti, direttore generale di Sis – che da quando siamo diventati licenziatari abbiamo contribuito a sviluppare la superficie coltivata a Cappelli da 800 a 5.500 ettari”. Una circostanza che seppur vera non avrebbe evitato alla Società di imporre la sua forza contrattuale. Scrive Antitrust: “Le attività ispettive presso la sede dell’impresa hanno portato all’acquisizione agli atti di ampie evidenze di interlocuzioni tra gli uffici commerciali di Sis e coltivatori interessati alle sementi, da cui risulta che Sis ha ricorrentemente dichiarato che la fornitura era subordinata alla sottoscrizione del contratto” con obbligo di riconsegna.

“Nessuno mette in discussione l’estensione dell’area coltivata”, aggiunge Ivan Nardone, del dipartimento economico della Cia, la Confederazione italiana agricoltori, “ma chi ci dice che senza il monopolio imposto da Sis le coltivazioni si sarebbero potute ampliare ancora di più?”.

Riforniti solo i “targati” Coldiretti?

C’è un’altra pesante accusa mossa alla Sis: quella di aver ritardato e in alcuni casi rifiutato di fornire aziende agricole a seconda della sigla sindacale alla quale erano iscritte. Come ha potuto ricostruire l’Authority attraverso il sequestro di alcune mail interne alla Società italiana sementi “all’interno di Sis, l’appartenenza attuale o prossima di un coltivatore a Coldiretti viene indicata in gergo come ‘targa’ (…) Da numerose evidenze agli atti emerge inoltre in maniera distinta come le decisioni da parte di Sis di fornire o meno le sementi siano dipese in maniera ricorrente dalla riconducibilità dei coltivatori richiedenti alle diverse organizzazioni associative degli agricoltori operanti su base nazionale, in particolare, in positivo, alla Coldiretti e in negativo alla Confagricoltura”. Una circostanza confermata da Postorino – “alcuni nostri associati ci hanno detto che hanno addirittura firmato i contratti di fornitura presso una sede di Coldiretti” – e smentita dal direttore della Sis.

Ci dice Conti: “Nel 2017 il 55% dei nostri clienti era iscritta a Coldiretti e il restante 45% ad altre sigle. Nello stesso anno poi solo una decina di aziende non sono state rifornite”. Pochi o tanti che siano i casi accertati, l’Antitrust sembra avere le idee chiare: “Sis ha ritardato o definitivamente denegato la fornitura di sementi in maniera ingiustificata, discriminando tra i coltivatori richiedenti sulla base di considerazioni del tutto sconnesse da motivazioni obbiettive e leali”.

Prezzo aumentato del 60% in 3 anni

C’è un ultimo aspetto in questa vicenda contestato alla licenziataria del senatore Cappelli: l’aumento ingiustificato del 60% del prezzo dei semi in soli tre anni. Durante la “gestione” Scaraia-Selet i semi convenzionali di Cappelli venivano venduti a 0,88-0,90 euro al chilo mentre quelli bio a 1 euro al chilogrammo. Con l’avvento di Sis il listino lievita enormemente: le sementi convenzionali nel 2016 costano 1,40 euro/kg per arrivare nell’annata 2018-2019 a 1,60 euro, mentre per il biologico nello stesso anno si sale a 1,80 euro al chilo. Come mai? La società deve rientrare di un forte investimento in ricerca e sviluppo per migliorare del Cappelli? E nel caso, l’aumento dei listini sarebbe giustificato? “Abbiamo aumentato la qualità del seme – si difendono dalla Sis – tanto che se prima servivano 2 quintali per seminare un ettaro ora ce ne vogliono meno, circa 1,5 quintali”. Tuttavia secondo l’Antitrust non tutto è così lineare: “Sis non appena ottenuta l’esclusiva sulle sementi ha praticato un incremento di prezzo assai significativo risultato ingiustificato rispetto agli impegni e spese sostenuti da Sis in quel momento, procedendo a ulteriori aumenti di prezzo anche negli anni successivi”.
Sulla vicenda intanto c’è chi aggiunge altri dubbi, come il senatore Saverio De Bonis, ex 5 stelle e da sempre presidente dell’associazione GranoSalus che ha presentato un’interrogazione parlamentare e ha chiesto al ministro delle Politiche agricole di sospendere la licenza alla Sis: “Le regole del mercato valgono per tutti, soprattutto per chi ha ricevuto una licenza dallo Stato. La questione dovrà essere approfondita perché se è vero che c’è tutta questa disponibilità di grano Cappelli mi chiedo perché ci siano così pochi pacchi di pasta in vendita? Dove sono finiti i ‘ricchi’ raccolti di questi ultimi tre anni? E perché i pochi marchi che confezionano Cappelli, da nostre analisi effettuate sul Dna, non sempre sono puri al 100?”. Domande alle quali non sarà certo – per ruolo e competenza – l’Antitrust a rispondere.

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