Olio, falso extravergine: condannata a Siena la Valpesana

Era etichettato – e venduto – come “extravergine 100% Italiano” ma in realtà era ottenuto miscelando olio vergine e olio lampante opportunamente deodorato, molto spesso proveniente da Spagna, Grecia e Tunisia.

Dopo anni di indagini da parte della Procura di Siena, martedi sera è arrivato la sentenza di primo grado del tribunale senese che ha riconosciuto la frode in commercio e l’associazione a delinquere – la prima volta che viene riconosciuta per casi di contraffazione di extravergine – e, per questi reati, ha  condannato a 4 anni di reclusione Francesco Fusi, già titolare dell’azienda olearia Valpesana. Insieme a Fusi, riporta il Corriere Fiorentino – sono stati condannati (pena sospesa) anche il direttore amministrativo Paolo Vannoni e la dipendente con mansioni amministrative, Lucia Sbaragli: entrambi a 1 anno e 8 mesi. Infine inflitti 1 anno e 10 mesi all’addetto alle vendite, Stefano De Gregorio.

Si arriverà al secondo grado?

Si chiude dunque, in primo grado, la vicenda iniziata nel 2011, quando le indagini coordinate dal pm Aldo Natalini avevano portato alla luce un meccanismo fraudolento in atto, secondo la Procura, dal 2010. La Valpesana, importante intermediario tra produttori e distributori del comparto oleario, avrebbe indicato come olio extravergine d’oliva una miscela di olio vergine e olio lampante opportunamente deodorato, dichiarando un’origine “100% italiana” anche in bottiglie contenenti percentuali di olio proveniente da Spagna, Grecia e Tunisia con valori chimici al di fuori dei parametri fissati dalle normative europee. Adesso ci saranno 90 giorni per il deposito delle motivazioni, ma i legali hanno già annunciato che ricorreranno in appello. I tempi stringono è la prescrizione è in agguato.

“Risarcite il Consorzio nazionale Olivicoltori”

Oltre alla condanna per frode in commercio e associazione a delinquere, il Tribunale di Siena ha, inoltre, condannato l’azienda olearia Valpesana a una sanzione amministrativa da 100mila euro, disponendo la confisca di oltre 300mila euro, ritenuti il profitto del reato contestato. Gli imputati dovranno risarcire il Consorzio nazionale Olivicoltori che si era costituito parte civile nel processo.